Identikit: Rohingya

I Rohingya sono un gruppo etnico, a maggioranza musulmana, che risiede da centinaia di anni nella regione del Myanmar, al contrario a maggioranza buddista. L’intera popolazione vive nello stato del Rakhine, situato nella fascia costiera occidentale del Myanmar, precedentemente conosciuto anche come Birmania. Questo Stato è popolato all’incirca da 1 milione di Rohingya. La loro lingua ha origini diverse dalle altre presenti nel resto del Myanmar, i Rohingya sono linguisticamente legati alle parlate degli Indo-Ariani di India e Bangladesh, in contrapposizione alle lingue in prevalenza sino-tibetane della Birmania. Questo è uno dei tanti motivi per cui non vengono riconosciuti dal Myanmar come uno dei 135 gruppi etnici del paese. Tra le conseguenze del mancato riconoscimento, nel 1982 gli è stata persino negata la cittadinanza, rendendo i Rohingya a tutti gli effetti apolidi.

Storici e studiosi ritengono che la regione fosse abitata da gruppi musulmani sin dal XII secolo, così come afferma la Arakan Rohingya National Organization. Storicamente sappiamo anche di una grande migrazione, la quale avvenne durante la dominazione britannica (1824-1942) del territorio che va dal Bangladesh all’India, anch’esse colonie inglesi, fino all’attuale Myanmar. Questa migrazione non fu vista di buon occhio dai nativi del territorio, infatti conquistata l’indipendenza nel 1948 il governo definì la migrazione con l’aggettivo “illegale”.

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Dopo la conquista dell’indipendenza birmana

Dal 1948, dopo la conquista dell’indipendenza, iniziò l’ “apartheid” della minoranza, che rispose con rivolte diffuse. Il governo democratico venne destituito dal golpe del generale Ne Win, così ebbe inizio la dittatura militare birmana. Quest’ultimo applicò una politica nazionalista basata sull’unicità dell’etnia e della fede buddista. La situazione continuò a peggiorare per la minoranza Rohingya, sino a quando, nel 1982, furono dichiarati illegali tutti i migranti arrivati nel Myanmar durante la dominazione britannica. Questa decisione politica provocò un esodo verso il Bangladesh e feroci persecuzioni verso i Rohingya. L’inizio del nuovo millennio portò una ventata, o meglio una brezza, di democrazia, culminante con le elezioni del Novembre 2015. La Lega Nazionale della democrazia, capeggiata dal premio Nobel Aung San Suu Kyi, fondatrice del movimento nel 1988, riportò una vittoria schiacciante. Nell’aprile 2016 divenne Consigliere di Stato (una sorta di Primo Ministro). Nonostante un assetto politico molto rivoluzionato, i militari hanno mantenuto un significativo potere politico. Il loro controllo sui Ministeri è molto forte, soprattutto quelli di Pubblica Sicurezza, e l’assegnazione del 25% dei seggi conferisce loro il potere di veto su modifiche costituzionali.

Come una brezza estiva viene scambiata per un vento duraturo di cambiamento capace di far respirare a pieno i polmoni della democrazia e di rinfrescare nella memoria collettiva l’uguaglianza sociale e civile, così si fantasticò sulla forza politica di cambiamento che la “donna del popolo” Suu Kyi avrebbe potuto condurre.

Un popolo disincantato di fronte alla “pulizia etnica”, sempre più atroce e violenta, ai danni dei Rohingya e di fronte lo scoraggiante silenzio di Aung San Suu Kyi, la personificazione della democrazia nel paese, durante le repressioni compiute dai militari. Uno scoraggiante silenzio divenuto delusione dopo le sue parole durante il discorso pronunciato il 19 settembre nella capitale del Myanmar, Nayipydaw.

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Pulizia etnica

Ora le domande da porsi sono: cosa sta succedendo in Myanmar? Davvero è in atto una repressione tanto grave da usare persino l’espressione “pulizia etnica”? Nelle ultime tre settimane i rapporti tra l’esercito militare e la minoranza etnica dei Rohingya si è inasprita ulteriormente. Il 25 agosto il gruppo armato “Esercito di salvezza dei rohingya dell’Arakan (Asra)” ha effettuato attacchi contro una serie di posti di blocco della polizia. La risposta dell’esercito militare del Myanmar non si è fatta attendere più di qualche ora, infatti è stata lanciata una vera e propria operazione militare, caratterizzata da una campagna coordinata di incendi contro i villaggi Rohingya nello stato del Rakhine. Sino ad oggi se ne sono registrati almeno 80 in aree abitate. Negli ultimi quattro anni i sensori satellitari non hanno mai rilevato incendi di simile portata.

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I numeri di questa repressione parlano da soli: migliaia di persone sono al confine, altre in fuga nel proprio territorio e altri ancora morti in quell’inferno di fuoco e proiettili che una volta chiamavano casa, più di 400.000 persone sono riuscite ad attraversare il confine con il Bangladesh. Nell’area di Cox’s Bazar, distretto al confine col Myanmar, migliaia di famiglie con bambini sono costrette a dormire all’aperto in mancanza di riparo e soffrire la fame e la sete. Le condizioni del posto mettono i bambini in serio pericolo di contrarre malattie legate all’acqua. Secondo un rapporto dell’UNICEF, il 60% dei rifugiati in Bangladesh sono bambini. Una condizione che, oltre al rischio sanitario, aumenta quello di abusi, sfruttamento e traffico di minori.

Come se non bastasse, lungo il confine tra Myanmar e Bangladesh sono state piazzate mine anti-uomo. Il 3 settembre una donna cinquantenne è saltata su una mina. La situazione si sta facendo giorno dopo giorno sempre più grave. Le tante testimonianze raccolte dalle organizzazione umanitarie, a cui peraltro è stato negato l’accesso nelle aree attaccate, rendono tangibili le violenze compiute verso la minoranza Rohingya. Costretti a guardare la loro casa bruciare dalla fitta giungla che circonda i villaggi, incapaci di difendersi di fronte alla forza militare di armi, mortai, elicotteri, uomini e donne vengono bruciati, impiccati, maltratti. Una carneficina e un orrore che cancella i diritti e le libertà dell’essere umano.

 

Oscar Raimondi