Il temuto referendum indetto per il 1 Ottobre dovrebbe sancire l’indipendenza della Catalogna, una delle 17 comunità autonome della Spagna. Dovrebbe, perché a 2 giorni dalla consultazione sembra che lo svolgimento delle votazioni sarà impedito dal governo, che giudica il referendum incostituzionale. “Vuoi che la Catalogna sia uno Stato indipendente in forma di repubblica?” Ancora una volta sembra che Barcellona non potrà rispondere a questa domanda: il “no” è già stato marcato da Madrid.

Cosa sono le comunità autonome?

La Costituzione spagnola risale al 1978 e risente fortemente della necessità di garantire la coesistenza di popoli e culture a volte diversi, spesso contrastanti. Il titolo VIII riconosce espressamente le comunità autonome: enti dotati non solo di lingua e cultura proprie, ma anche di parlamento e governo autonomi. Ogni regione gode di determinate competenze previste da uno statuto, che possono essere sia di tipo legislativo che esecutivo e, se legislative, sia esclusive che di sviluppo ed esecuzione della legislazione dello Stato. Tra queste, però, non rientra la facoltà di indire un referendum per ottenere l’indipendenza.

Motivi e conseguenze dell’indipendenza

La Catalogna è una regione situata all’estremità nord-orientale della penisola iberica, il cui capoluogo è la ben più famosa Barcellona. Delle 17 Comunità autonome riconosciute dalla Spagna, la Catalogna è la più sviluppata, la più ricca ma anche la più insoddisfatta, tanto da considerarsi come una vera e propria nazione. Quello spagnolo non è certo un indipendentismo recente, tanto che da anni i quotidiani parlano di “catalanismo”, ultimamente però le rivendicazioni di Barcellona sembrano aver acquistato nuovo vigore. A premere per una completa scissione sarebbero fattori linguistici, culturali ma soprattutto economici: il Pil catalano rappresenta circa il 20% del Pil spagnolo e il 23% dell’industria del paese. La Catalogna aspirerebbe quindi ad una gestione autonoma delle proprie risorse, a tutto vantaggio della regione. Non è d’accordo Madrid, che prevede conseguenze economiche non altrettanto ottimistiche e rimarca che alla “Catalexit” corrisponderebbe l’uscita dall’Europa. Quest’ultima si è subito schierata con il premier Mariano Rajoi: “Bruxelles rispetta l’ordine costituzionale della Spagna come con tutti gli stati membri ed è in seno a questo che tutte queste questioni dovranno o potranno essere affrontate”, ha affermato la Commissione Europea. Paradossalmente, proprio di quei valori europei che incoraggiano le diversità linguistiche, culturali e regionali, Barcellona sostiene di essere la più fedele interprete.

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Il precedente

E’ bene ricordare che quello del 1 Ottobre non è il primo tentativo di secessione operato dalla Catalogna: il referendum indetto nel 2014 riportò che l’80% dei votanti fosse a favore dell’indipendenza, ma registrò un’affluenza del 36%, fu decretato “informale” e si concluse dunque con un insuccesso. I partiti indipendentisti, instancabili, hanno continuato a rivendicare maggiore autonomia e nel Giugno scorso hanno indetto un altro referendum, sicuri della partecipazione popolare. Tale convinzione sembra essere rafforzata dalle migliaia di Catalani che il 12 Settembre, in occasione di una manifestazione di sostegno al referendum, hanno riempito le strade di Barcellona al grido di “libertà!” e “indipendenza!”.

L’illegalità del referendum

Il 6 Settembre il parlamento catalano ha emanato una legge che istituiva ufficialmente il referendum del primo Ottobre: alla maggioranza dei “sì” seguirebbe una dichiarazione unilaterale di indipendenza, alla maggioranza dei “no” nuove elezioni parlamentari. Il 7 Settembre la Corte Costituzionale spagnola, organo predisposto ad accertare la costituzionalità delle leggi, ha subito sospeso il provvedimento. Rajoi, lapidario, ha fermamente ribadito l’illegalità della consultazione e si è attivato per impedirne lo svolgimento materiale sequestrando le schede elettorali, vietando l’apertura di locali designati come seggi e arrestando alcuni esponenti del governo autonomo. Sembra essere a rischio di fermo lo stesso Carles Puigdemont, capo dell’esecutivo catalano, che però ribadisce: “Non ci arrendiamo, abbiamo previsto piani di contingenza per garantire lo svolgimento del referendum.”

“Vuoi che la Catalogna sia uno Stato indipendente in forma di repubblica?” Sembra allora che queste parole non siano più intrise di orgoglio, ma di profonda esasperazione. Quello del primo Ottobre potrebbe essere dunque un amaro risveglio per i Catalani: l’indipendenza dovrà aspettare. A 2 giorni dal referendum lo svolgimento delle votazioni non è affatto scontato, prevedibili invece sono le conseguenze del rifiuto di Madrid. Se questo è vero, per ora l’unità del territorio spagnolo sembra essere salva, ma c’è da chiedersi se e fino a quando resisterà l’unità interna del Paese.

 

Chiara Erriquez