Se l’abito non fa il monaco, la circostanza non fa lo stupratore

Il dizionario lo definisce “atto di violenza carnale”, ma il dizionario non parla delle circostanze e le conseguenze dello stupro. La cronaca vela un’ignobile tendenza ad aggrapparsi alle motivazioni errate che portano alla violenza e non alla violenza stessa.

“Cosa indossavi?”, si domanda troppo spesso alle vittime di abusi sessuali, quasi cercando un’ipocrita giustificazione ad un gesto ingiustificabile. Condannare l’abbigliamento provocante per non ammettere che non c’è provocazione che possa portare allo stupro. Quale donna, tornando a casa da sola di notte dopo una serata al pub con le amiche, pensa di doversi preoccupare della lunghezza della gonna?

Sarebbe colpa nostra? E’ colpa della donna se viene violentata? E’ colpa della donna perché “se l’è andata a cercare”? Perché dopo secoli di lotta per l’emancipazione, era questo che sognavamo di vivere, ironicamente intendendo. Migliaia di suffragette hanno lottato per essere rispettate tutti i giorni, non solo quando fioriscono le mimose. E ancora, pensare di dover lottare per il rispetto che ci spetta di diritto, trova spazio solo nel teatro delle assurde ipocrisie.

Veniamo, invece, educate alla paura, al rischio di vedere la nostra dignità calpestata: passeggiando al parco; consumando una colazione al bar, in pieno giorno, in pieno centro; tornando da quell’impiego che la dignità ce l’ha fatta conquistare. La cronaca degli ultimi giorni lo conferma e ribadisce.

Non sarà che forse l’ignoranza maschile ha lasciato l’uomo all’oscuro dei diritti che abbiamo conquistato? Dov’erano nel primo Novecento, quando abbiamo dimostrato di poter lavorare come loro? E quando nel 1946 abbiamo conquistato il voto in Italia? E se ancora non fosse tornato alla memoria, dov’erano ieri quando le donne saudite hanno finalmente conquistato il diritto di guidare?

Nel teatrino che stiamo creando, forse non ci siamo accorte noi del famoso “codice dello stupratore”. Eppure non ci sembra di aver letto da nessuna parte che la violenza sia in alcun modo giustificabile. Non vi è scritto da nessuna parte che una gonna autorizza un uomo a stuprare una donna. Non vi è scritto da nessuna parte che un pigiama di flanella autorizzi un uomo a stuprare una donna. Non vi è scritto da nessuna parte che un uomo sia autorizzato a stuprare una donna, punto.

Il vestito non è un invito allo stupro, eppure si rimane convinti del contrario: una scollatura troppo profonda equivale al “sì” di una domanda non posta, ad un consenso non ricevuto, l’appropriamento di un’intimità che dovrebbe rimanere nostra.

L’Università del Kansas ha installato una mostra d’arte molto suggestiva: appesi alle pareti i vestiti delle vittime di abusi sessuali nel momento in cui è avvenuta l’aggressione:

magliette

jeans

bikini

testimoni inanimati della violenza, indossati in un giorno qualunque.

articolo flavia

Il progetto è stato ideato per combattere il senso di colpa delle vittime, sconfiggere i pregiudizi, promuovere la consapevolezza. Nato nel 2013 grazie a Jen Brockman, direttore del Centro per la prevenzione e formazione sessuale di Kansas, e dalla Dott.ssa Mary A. Wyandt-Hiebert, che sovrintende tutte le iniziative di programmazione presso il centro di educazione contro gli stupri dell’Università dell’Arkansas. L’installazione è stata presentata in diverse istituzioni dal 2013, tra cui l’Università di Arkansas e l’Università di Iowa riscontrando un grande successo e un forte impatto emotivo sul pubblico.

Si contano 40 storie, ma solo 18 sono state rappresentate dalla mostra in Kansas, resa possibile dagli studenti universitari che hanno donato i loro vestiti per riprodurre le circostanze dei sopravvissuti.

Le testimonianze delle vittime sono state raccolte grazie a interviste personali, forum anonimi, riviste.

“Cosa indossavi? Un vestitino estivo; mesi più tardi mia madre in piedi davanti al mio armadio si sarebbe lamentata del fatto che non avrei indossato un vestito mai più. Avevo sei anni”.

“Cosa indossavi? Dopo che accadde mancavano un paio di giorni di lavoro. Quando lo dissi al mio capo, mi pose questa domanda. Risposi: “una t-shirt e un paio di jeans, cosa indossi a una partita di basketball?!” Andai via e non tornai mai indietro.”

Queste sono solo alcune delle tragiche storie.

Non è allungando l’orlo della gonna che evitiamo di subire del male. “Non è l’abbigliamento che provoca una violenza sessuale, è la persona che fa del male” – dice Brockman.

Poco importa la circostanza, la nazionalità dell’uomo, se questo è uno sconosciuto, un ex compagno, un amico. Ogni stupro ha lo stesso valore, ogni stupro è una pugnalata al cuore della vittima, e poi di tutte le donne. È umiliazione.

È profanare, un’intrusione nel corpo, prendere con la forza, come se fosse una rapina.

Lo stupro conduce ad una non-vita, non uccide, ma rende inermi, asociali, distrugge la sessualità di una donna. Per il capriccio di un uomo, per un momento buio, per un istinto animale, per la visione retrograda di donna-oggetto, ancora, nel 2017.

Flavia Casagrande

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