Negli ultimi 10 anni più di 800 giornalisti sono stati uccisi, colpevoli di aver portato all’attenzione pubblica verità scomode o inchieste pericolose. In 9 casi su 10 questi omicidi sono rimasti impuniti. Nel 2013 l’UNESCO, Commissione ONU responsabile di Educazione, Scienza, Cultura e Comunicazione, ha adottato la risoluzione 68/163, che indice per il 2 Novembre la Giornata Internazionale per fermare le impunità contro i giornalisti.

Il significato della ricorrenza

Questa giornata ci offre due importanti spunti di riflessione. Prima di tutto, i responsabili non si limitano a colpire un essere umano, aggrediscono un vero e proprio bene giuridico: l’informazione. Inoltre, agli attacchi corrisponde quasi sempre l’impunità per i responsabili, che sono esenti da qualsiasi pena. Di conseguenza, quando i colpevoli restano impuniti, i giornalisti sono scoraggiati a riportare verità sociali o politiche che potrebbero metterli in pericolo. L’obiettivo delle Nazioni Unite è allora quello di richiamare i paesi membri alla protezione dell’informazione, della conoscenza e ovviamente dei giornalisti stessi, che anche quando non rischiano la vita sono troppo spesso soggetti a intimidazioni, detenzioni e violenze.

Quali diritti vengono lesi

L’articolo 21 della Costituzione italiana sancisce: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.

L’articolo 10 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali dichiara: “Ogni persona ha diritto alla libertà d’espressione. Tale diritto include la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera”. 

La risoluzione ONU n. 59 del 14 Dicembre 1946 ribadisce: “La libertà di informazione […] è un diritto fondamentale dell’uomo che implica il diritto di raccogliere, trasmettere e pubblicare in ogni momento e in ogni dove senza ostacoli”.

Sebbene il diritto internazionale sia allora concorde sull’importanza di informazione ed espressione, queste libertà sono costantemente violate e il diritto di stampa compromesso.

Secondo il rapporto pubblicato da Reporters without borders, organizzazione non governativa che da anni si batte per la causa, nel 2017 solo 16 paesi nel mondo garantiscono totale libertà di stampa. Tra i migliori Norvegia, Svezia, Finlandia, Belgio, Nuova Zelanda. Tra i peggiori Cina, Sudan, Cuba e Corea del Nord.

Protest in Ankara
ANKARA – TURKEY – FEBRUARY 27: A group of Al Jazeera Arabic journalists gather to demonstrate outside the Egypt Embassy building demanding the release of Al Jazeera Arabic network journalist Abdullah Al Shami, cameraman Mohamed Badr, Australian journalist Peter Greste and Egyptian-Canadian Mohamed Fadel Fahmy who are being held at Cairo’s Tora prison for allegedly supporting the Muslim Brotherhood in capital Ankara, Turkey on February 27, 2014. (Photo by Murat Kula/Anadolu Agency/Getty Images)

Alcune vittime

Molti sono i nomi che risuonano in questo giorno, primo fra tutti quello della russa Anna Politkovskaja. Giornalista e attivista per i diritti umani, ferma oppositrice del governo autoritario di Vladimir Putin, Politkovskaja è vittima di un attentato il 7 Ottobre 2006, colpevole di aver riportato il conflitto in Cecenia (in cui la Russia era particolarmente coinvolta) e di aver condotto reportage delle principali zone di guerra.

Il 9 Giugno del 2014 i sicari ceceni responsabili dell’esecuzione materiale della giornalista vengono condannati, le indagini non sono però in grado di identificare i mandanti.

Dopo 23 anni neanche l’omicidio di Ilaria Alpi sembra meritare un colpevole. Giornalista italiana, nel 1994 si era recata a Mogadiscio, in Somalia, teatro di una guerra civile iniziata 3 anni prima per seguire il ritiro del contingente italiano, intervenuto per partecipare alla missione di pace indetta dall’ONU nel 1992. Obbiettivo della giornalista era però anche quello di condurre un’inchiesta su un traffico di armi e rifiuti tossici che coinvolgeva signori della guerra locali. Il 20 Marzo 1994, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, suo collaboratore, vengono uccisi da una scarica di proiettili a pochi metri dall’ambasciata italiana. Il 4 Luglio 2017, visti gli scarsi risultati prodotti dalle indagini, la procura di Roma chiede l’archiviazione del caso.

“Ci sono criminali ovunque io guardi. La situazione è disperata.” Queste le ultime parole, pubblicate su un blog, della vittima più recente. Daphne Caruana Galizia, giornalista maltese uccisa lo scorso 16 Ottobre dall’esplosione di una bomba sulla sua auto. Coinvolta nell’inchiesta internazionale dei Malta Files, relativa alla questione dei Panama Papers, Galizia aveva recentemente accusato la moglie del premier maltese Joseph Muscat di aver ricevuto finanziamenti illeciti dal governo dell’Azerbaijan.

Il nome stesso della ricorrenza prende le mosse da altri due nomi, questa volta francesi: Ghislaine Dupont e Claude Verlon, giornalisti di Radio France International uccisi a Kidal, in Mali, nel 2013. I due sarebbero stati sequestrati e uccisi dopo aver visitato un esponente del Movimento Nazionale di Liberazione dell’Azawad.

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Il piano ONU

Nel 2012 le Nazioni Unite hanno stilato un vero e proprio Piano d’Azione per tutelare il lavoro dei giornalisti, sia esso condotto in contesti quotidiani o in zone di conflitto. L’obbiettivo è quello di creare una rete globale che possa unire enti internazionali e statali al fine di salvaguardare la libertà di stampa. Nello specifico, il Piano mira a:

  • rafforzare il ruolo e l’attività normativa delle Nazioni Unite nel combattere simili crimini;
  • sensibilizzare governi, organizzazioni, enti di polizia, media ed editori riguardo l’urgenza di un’azione collettiva;
  • coadiuvare i singoli governi nell’implementare meccanismi di sicurezza per proteggere i giornalisti;
  • combattere la persistente impunità che consegue agli omicidi;
  • affrontare le specifiche violenze ai danni di giornaliste, inviate e reporter.

La UNESCO, promotrice del Piano, ribadisce in particolar modo che questa iniziativa non può prescindere dal supporto dei singoli governi, chiamati a dotarsi di strategie rapide ed efficienti per prevenire o perseguire gli attacchi ai danni dei giornalisti.

Le conseguenze della violenza

«La violenza contro un giornalista è diversa dalla violenza contro un civile. Non è solo violenza contro una persona con una storia, una famiglia, degli ideali. Rappresenta molto altro, rappresenta la violenza contro la società nella sua interezza», chiarisce Guy Berger, direttore UNESCO della divisione relativa alla libertà di espressione e sviluppo dei media. «È tempo che si capisca che i reporter danno un contributo speciale, che va oltre il singolo articolo o la fotografia, che va oltre il loro lavoro sul campo. Sono un indicatore privilegiato della situazione di un paese: se non c’è giustizia per i giornalisti figuriamoci per il resto della società. Se i giornalisti – così visibili, così influenti – non sono al sicuro, non lo sono neanche le persone “normali”, quelle che non hanno potere, che non hanno voce». 

Il 2 Novembre queste parole risuonano forti e si uniscono strette alla triste conclusione di Getachew Engida, ex Vice Direttore Generale UNESCO, che ci avverte: “ogni giornalista ucciso è un giorno senza notizie”.

Chiara Erriquez