Il binomio che vede scontrarsi il concetto di biotestamento con quello dell’eutanasia è un tema  ormai discusso da moltissimi anni in Italia e che ha afflitto per lungo tempo i politici di tutto il mondo. La delicatezza dell’argomento risiede sicuramente nella difficoltà di una piena e chiara comprensione etimologica, ma anche dei modi di applicazione; andando per gradi, però, è meglio analizzare per prima cosa ciò che questi due termini stanno a significare.


Il concetto di eutanasia era già famoso nell’antichità a partire dal “Codice di Hammurabi”, passando per il “Giuramento di Ippocrate”: da sottolineare che entrambi condividono l’interpretazione del suicidio assistito come una pratica immorale da condannare severamente. In seguito  questo termine si ritrova nelle concezioni stoica ed epicurea, che invece vedevano il suicidio, in determinate circostanze, come un atto eroico e degno d’onore (basti pensare alla morte di Seneca, per esempio). Chiaro quindi come già all’epoca la questione fosse abbastanza controversa. Parlando invece in termini più moderni, per eutanasia si intende l’atto di condurre alla morte un qualsiasi individuo la cui qualità di vita sia profondamente ed irrimediabilmente menomata da malattie terminali, deficit gravi  ed irreversibili o patologie psichiatriche di un certo rilievo. Per biotestamento (o dichiarazione anticipata di trattamento) si vuole indicare invece, la volontà espressa nelle piene capacità di intendere e volere di un qualsivoglia soggetto riguardo le cure da ricevere nel caso in cui la malattia si aggravi  a tal punto da renderlo incapace di scegliere, in maniera consenziente, riguardo ipotetiche cure mediche estreme permanenti (es: respiratore, alimentazione artificiale) resesi necessarie a causa di gravi lesioni cerebrali irreversibili o invalidanti. Tradotto: il primo prevede il porre fine ad un’esistenza ritenuta insopportabile dal malato a causa di gravi lesioni psico-fisiche, mentre la seconda prevede l’interruzioni di trattamenti straordinari mirati al prolungamento di una vita che, senza questi, sarebbe già terminata.

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Di fronte a dei concetti così ampi non poteva che diramarsi un dibattito ancora più intricato.
Ormai in Italia sono circa 10 anni che si prova ad introdurre all’interno della legislatura una legge a favore del biotestamento, che però viene sempre bloccata, rinviata, rallentata per questo o quell’altro  motivo. L’ultimo tentativo, prima che la questione venisse riaperta nel febbraio dell’anno in corso, fu nel 2010 durante il governo Berlusconi a seguito della morte di Eluana Englaro: anche in quel caso però, la legge formulata divideva i pensieri, perché da alcuni era ritenuta un buon compromesso, altri invece pensavano che in realtà limitasse fortemente la libertà di scelta del paziente e proteggesse solo l’intento dei medici. In quell’anno la legge fu approvato dal Parlamento, ma non ottenne mai il sostegno positivo del Senato. Ulteriore questione che rende ancor più complessa la cosa è che formalmente l’Italia, nel 1997, non ha ratificato (cioè, ha posto la propria firma, ma non ha adeguato il proprio ordinamento giuridico alle regole poste) la Convenzione di Oviedo, cioè il primo trattato internazionale ad interessarsi di bioetica, promossa dal Consiglio Europeo. Per citare tale trattato: «i desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte di un paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione»
A questo punto si capisce che se l’Italia avesse definitivamente incluso questo documento nella propria politica nazionale il problema non sussisterebbe in alcun modo, ma non essendo così, il conflitto è aperto in un paese diviso fra coloro che ripugnano tale visione per motivi religiosi e chi invece l’accoglie in nome del progresso e della libertà di scelta.

Analizziamo il punto di vista cattolico che eguaglia l’eutanasia all’omicidio o al suicidio: leggendo il “Catechismo della Chiesa Cattolica”, ad un certo punto troviamo questa riflessione « L’eutanasia (…) 2277 Qualunque ne siano i motivi e i mezzi, l’eutanasia diretta consiste nel mettere fine alla vita di persone handicappate, ammalate o prossime alla morte. Essa è moralmente inaccettabile.
Così un’azione oppure un’omissione che, da sé o intenzionalmente, provoca la morte allo scopo di porre fine al dolore, costituisce un’uccisione gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore. L’errore di giudizio, nel quale si può essere incorsi in buona fede, non muta la natura di quest’atto omicida, sempre da condannare e da escludere.(…)”
                   – (Catechismo della Chiesa Cattolica, Parte III, Sezione II, Capitolo II, Articolo V)


Ciò che sostanzialmente alcuni cattolici tengono a far comprendere, è che secondo il loro punto di vista l’accettazione dell’eutanasia volontaria, cioè della volontà di morire previa richiesta specifica del soggetto attraverso il testamento biologico, è un’azione che va contro ogni principio morale etico e soprattutto che va ad insultare il dono della vita e la dignità umana.
In parte contraria invece, coloro che sono a favore della legge  in questione, si appellano a tale passo del “Evangelium Vitae” n66    <<(…) La scelta dell’eutanasia diventa più grave quando si configura come un omicidio che gli altri praticano su una persona che non l’ha richiesta in nessun modo e che non ha mai dato ad essa alcun consenso.>>
Secondo molti questo passo è in sé per sé contraddittorio, in quanto sottolinea proprio la differenza tra omicidio assistito e biotestamento: quest’ultimo infatti è un documento, come già spiegato inizialmente, che permette al malato di scegliere, quando è ancora in grado di farlo, ciò che ne sarà della propria esistenza nel caso in cui la propria malattia lo conducesse alla morte e le cure mediche ponessero solo un temporaneo freno ad un processo che sarebbe comunque inevitabile; del tutto diverso quindi dal suicidio assistito che invece prevede la decisione del singolo di porre fine alla propria vita perché ritenuta insopportabile anche nel caso in cui non sia affetto da una patologia mortale o che appunto lo conduca al decesso.

È doveroso sottolineare che ogni opinione va compresa e rispettata, soprattutto in un dibattito sano, per cercare di trovare un compresso all’interno di quella che è una società democratica; nonostante ciò è  necessaria e richiesta una decisione da parte del governo; degno di nota è anche che, per la prima volta dopo molto tempo, è presente un capo della chiesa che non cerca di influenzare le decisione governative dello stato, ma che al contrario professi il dialogo, la comprensione l’ascolto e il comune compromesso per un risultato ottimale. Insomma, sembra che ci siano tutti i presupposti per far sì che finalmente una decisione venga presa: nessuna influenza da parte della Santa Sede, documenti che attestano in maniera chiara ed esemplare le caratteristiche di ogni tema, sia sotto l’aspetto positivo che negativo, e soprattutto una nazione che dopo tanti anni spera di avere una risposta ad un quesito che sta a cuore a ogni italiano, che sia favorevole oppure contrario.

 

                                                                                                                                  Helenia Camerini