Donald Trump è un uomo abituato ai grandi colpi di scena. Adora apparire, stare al centro della scena e fare gesti teatrali. Basta vedere le sua apparizioni nel cinema e nella tv di intrattenimento americana per capire il profilo della persona. Il suo fare spiccio, schietto e rapido è il motivo principale per cui è stato eletto alla Casa Bianca un anno fa. “Get the things done” è il perfetto motto che più di tutti può essere applicato alla sua maniera di fare politica. Questo suo stile diretto (uno stile normale da parte di un outsider della politica, che ha cambiato partito politico con la stessa frequenza con la quale ha cambiato moglie) è stato finora applicato sia in politica interna sia in politica estera, anche in scenari dove la prudenza americana è stata così poca negli ultimi 17 anni da creare situazioni apparentemente senza soluzione. Il tipico esempio di questi scenari è il Medio Oriente.

Tutti sappiamo che quando parliamo di Medio Oriente parliamo essenzialmente di due conflitti: quello interno ai musulmani (tra sciiti e sunniti) e quello tra Israele e il mondo arabo. La dichiarazione di Trump dell’8 dicembre fatta di fronte alla stampa americana è riuscita a peggiorare la situazione in entrambi i conflitti ora in atto sulla sponda orientale del Mar Mediterraneo. Il presidente Trump ha riconosciuto ufficialmente Gerusalemme capitale di Israele e predisposto il trasloco dell’ambasciata americana da Tel-Aviv alla nuova capitale. La decisione ha sollevato un polverone sulla già tesissima situazione in Medio Oriente dando il via ad un’onda di indignazione da parte dei capi di stato della regione.

Ma Gerusalemme non era già la capitale del piccolo stato ebraico? Facciamo chiarezza. Gerusalemme non è riconosciuta a livello internazionale come la capitale israeliana. Tutte le ambasciate più importanti in Israele si trovano a Tel-Aviv. Anche quella italiana si trova nella cittadina marittima. A Gerusalemme veniva riconosciuto uno status morale superiore per la sua importanza storica e religiosa. Come The Economist ha scritto nel suo ultimo numero, Gerusalemme poteva essere comunque considerata de facto la capitale del paese, visto che molte delegazioni ufficiali straniere vengono ricevute dal governo locale proprio nella città contesa e molti uffici governativi si trovano lì.

Questa situazione si era cristallizzata in seguito alle varie guerre tra Israele e paesi vicini nel secolo scorso e in seguito ai colloqui promossi dal presidente americano Bill Clinton che avevano portato alla firma dei Trattati di Oslo del 1993. La decisione di Trump ha generato una sollevazione popolare in tutti i paesi arabi ed in particolare nei territori controllati dall’Autorità Palestinese, nei quali ci sono stati degli scontri tra la popolazione palestinese e forze armate israeliane. Ma la reazione più importante si è avuta forse al livello internazionale. Infatti il presidente turco Erdogan ha minacciato di rompere le relazioni diplomatiche con Israele in caso di spostamento dell’ambasciata americana. La stessa posizione è stata ribadita da tutti i capi di stato della regione (tranne quello israeliano naturalmente) che si sono riuniti in questi ultimi giorni in Turchia. Le conseguenze quindi minacciano di essere pericolose e durature.

Ma quali sono state le ragioni di questa decisione ? La risposta a questa domanda si può cercare sia nella politica internazionale egli USA in Medio Oriente sia nella politica interna americana. La decisione di Trump può essere letta come un tentativo americano di rafforzare le proprie posizioni nella regione. In seguito alla guerra in Siria l’importanza politica americana si è ridotta moltissimo a causa dell’intervento russo. Gli unici alleati rimanenti in Medio Oriente per gli Stati Uniti sono Israele e l’Arabia Saudita, che infatti in questi ultimi mesi si sono avvicinati molto pur non avendo relazioni diplomatiche ufficiali. Rafforzare la posizione di Israele facendo la voce grossa significa per Trump ribadire che gli USA ci sono e devono essere presi in considerazione in ogni decisione presa nei riguardi della regione.

Questa volontà di mostrare i muscoli si può ritrovare anche nelle ragioni di politica interna che hanno spinto Trump alla decisione. Una è la volontà di affermarsi come un presidente capace di rispettare, a differenza dei predecessori, le promesse fatte in campagne elettorale (come quella di riconoscere Gerusalemme capitale appunto). L’altra, la più accreditata da tutti gli analisti politici, è quella di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica americana dai fatti del Russiagate. Nell’indagine riguardo il coinvolgimento russo nelle elezioni americane dello scorso anno la posizione del presidente americano è peggiorata in seguito all’ammissione del suo ex Consigliere alla Sicurezza Michael Flynn di aver mentito sotto giuramento ad una commissione del Congresso e in seguito alla scoperta dei contatti che il genero di Trump Jared Kushner ha avuto con dirigenti dell’ambasciata russa in America. Kushner è un consigliere molto ascoltato dal presidente, tanto che la sua figura è legata alla politica americana in Medio Oriente, e il coinvolgimento nelle indagini può portare al coinvolgimento dello stesso presidente. Una cosa che il presidente non può permettersi, perché può condurre al processo di impeachment nei suoi confronti e alla sua destituzione.   

La presidenza Trump finora si è mostrata in linea con la personalità del presidente e ha di fronte a sé ancora tre anni di mandato. Se vuole sperare di raggiungere il 2020, il magnate newyorkese farebbe bene a risolvere i problemi interni e attuare una politica estera più consapevole di quelle che sono le vere capacità statunitensi.

Cosimo Graziani