In sede di commissione SOCHUM a Roma Eventi, oggi, l’entusiasmo era proliferante. Si è aperta la riunione con ben cinquanta minuti di “unmoderated caucus”, situazione in cui i vari delegati si trovano liberi di spostarsi nell’aula e confrontarsi tra di loro, arrivando a formare alleanze.

SOCHUM è l’acronimo di SOCIAL HUMANITARIAN AND CULTURAL ORGANIZATION, per indicare l’organo che tratta di problemi socio-umanitari e culturali, toccandone importanti aspetti, come le discriminazioni razziali, il trattamento riservato ai rifugiati e le condizioni sociali degli indigeni.
Per indigeno si intende un individuo o una popolazione che abiti un continente sin da prima che esso venisse colonizzato. Queste persone risentono in maggior misura del cambiamento climatico, problema ormai sempre più imponente nella realtà di oggi, di cui l’uomo, recentemente, è il principale fautore.
Questo la commissione SOCHUM riunita in sala oggi ha cercato di affrontare e combattere.
Come affermano alcuni delegati, la situazione degli indigeni sarà preservata se dapprima noi risaneremo il nostro mondo da quelli che sono fattori malevoli ed inquinanti.

Al termine dei dibattiti due cooperazioni si sono distinte.

Da una parte vediamo stati economicamente abbienti, alleati con nazioni più povere, in situazioni molto più svantaggiate. Il messaggio dell’associazione è però unanime, come ci illustra il delegato dell’Austria:
Il concetto è semplice e, almeno sulla carta, efficace: si svolge il tutto in un rapporto tra sponsor, finanziatori e firmatari; le nazioni che, volgarmente dicendo, possono permetterselo, aiutano finanziariamente le più problematiche.
Il primo impedimento da abbattere è il riscaldamento globale, attraverso provvedimenti drastici, come l’aumento del costo del carbone per favorirne il disuso e la sua moderata scomparsa.
L’uso, al posto di agenti inquinabili, di energia rinnovabile.

Sull’altro fronte si distingue la figura del delegato di Israele, che, riuscito a riunire la maggior parte dei paesi dell’Africa, espone i punti principali:
– L’uso di energia rinnovabile per rispettare e preservare i territori indigeni,
– Una riduzione delle tasse nei paesi che fanno uso di queste infrastrutture apposite,
– Un supporto economico alla ricerca svolta nei continenti più sviluppati per trovare nuove tecnologie al fine di ricercare una risorsa di energia alternativa.
– Essi spingono anche verso la sensibilizzazione dei vari continenti nei confronti delle popolazioni indigene. La lotta contro la discriminazione e il razzismo viene presa in mano da tutte le nazioni riunite.

Nella commissione SOCHUM in sede Centro Congressi iCavour il dibattito ha seguito dinamiche simili, con la divisione delle Nazioni in due alleanze:
Qual è, però, la maggiore preoccupazione di questa commissione? Tutto gira intorno alla figura degli indigeni. Essi sono poco meno del 5% della popolazione mondiale, occupano il 22% del territorio terrestre e sono i custodi dell’80% della biodiversità del pool genetico.
Gli indigeni possono essere parte attiva di questo cambiamento, grazie alle loro tradizioni e culture, affermano con sicurezza i delegati. Si propone di rappresentarli nelle Nazioni Unite, fornirgli una voce. Ovviamente tutto questo potrebbe essere reso possibile grazie alla creazione di un fondo per finanziare le loro idee e qualsiasi proposta che tratti nuove misure nei loro confronti.
I fondi giungeranno dalle nazioni volontarie e dall’IMF (Fondo monetario internazionale).

Ci sono poi stati che sembrerebbero risentire meno di questo problema, a prova di questo il delegato del Benin, che afferma l’effettiva mancanza di indigeni nel proprio paese.
Il Benin è stato, però, uno dei più ferventi sostenitori del progetto intrapreso dalla commissione; come ci spiega il delegato, nella sua nazione sono presenti numerose minoranze, in condizioni di povertà e simili a quelle degli indigeni che lo rendono molto vicino alla loro situazione. Anche il cambiamento del clima pesa sullo sviluppo del settore primario, fonte di sostegno della nazione.
“Questi sono problemi globali” dice “e anche se non ci sentiamo apparentemente presi in causa abbiamo il dovere di occuparcene”.

Paradisi Alessia