C’è chi come il delegato della Svizzera afferma: il vero quesito da porsi è se i figli dei detenuti intendano realmente trascorrere la propria infanzia in un luogo orribile come una prigione; e chi invece sostiene come i delegati di Trinidad e Tobago e Stati Uniti che, sebbene il carcere sia un ambiente effettivamente non ottimale e probabilmente lesivo dell’equilibrio psicologico ed esistenziale del bambino, l’elemento che deve essere soggetto a maggior tutela e attenzione è il rapporto tra detenuto e figlio che condiziona in maniera definitiva e irreversibile la personalità e le relazioni sociali dello stesso. C’è chi poi proclama e propone l’istituzione di un Tribunale Specializzato con il fine di assicurare e garantire gli interessi dei bambini figli di genitori incarcerati (delegati dell’Andorra, Repubblica di Corea ed Etiopia) e chi ancora come il Messico si pronuncia contro questo eventuale provvedimento in quanto infruttuoso in virtù dell’attuale ruolo degli psicologi che già si occupano di supportare la crescita dei soggetti in questione e prendere decisioni in merito.

L’aspetto ha che assunto maggiore rilevanza, oggi 12/01/2018, durante la terza seduta della Commissione LEGAL, è la necessità di svolgere appieno gli interessi dei bambini in questione attraverso il raggiungimento di un compromesso tra le molteplici idee proposte nel nome della cooperazione tra gli Stati, che rappresenta il nucleo stesso del progetto IMUN. A questo scopo sono sorte due principali coalizioni, entrambe con una propria linea di pensiero ed un Working Paper.

Il primo in analisi è quello che vede come principale proclamatore e sostenitore il delegato degli Stati Uniti e che prevede una suddivisione in dieci punti/obiettivi fondamentali, alcuni dei quali  citati in seguito:
1. Indirizzare i paesi a controllare la loro polizia durante gli arresti e vietare l’utilizzo di sirene e luci, con il fine di non condizionare ulteriormente la salute psicologica dei bambini che vivono in carcere;
2. Stabilire e regolamentare la necessità che, nel caso in cui una donna incinta si trovi in carcere, il bambino nasca in un ospedale al di fuori della prigione e che vi resti, insieme alla madre, per tutto il tempo in cui ha bisogno di cure;
3. Verificare se i bambini abbiano la possibilità  di essere affidati ai rispettivi parenti e la loro eventuale idoneità nel provvedere al futuro dei bambini, i quali riceveranno in ogni caso il supporto psicologico di professionisti. Se la famiglia naturale è assente o non risponde ai requisiti sopracitati, i servizi sociali provvederanno ad assicurare al soggetto una famiglia affidataria. Nell’attesa di ciò il bambino dovrebbe avere la possibilità di stare con la madre in prigione, qualora si dimostrasse idonea, entro un limite di tempo massimo (dai due ai sei anni), stabilito per tutti i Paesi dell’ONU. Ogni paese è autonomo nello scegliere il proprio periodo di età, purché rispetti il limite massimo.

Il secondo working paper in esame è quello proposto dai delegati di Svizzera, Repubblica di Corea, Andorra, Cina, Giappone, Bosnia Erzegovina e firmato dalla maggioranza dei paesi partecipanti alla Commissione. Il punto principale, come in precedenza affermato, è l’obiettivo di ovviare al problema della diversità di ogni caso, mediante l’istituzione di un Tribunale Specializzato alla tutela degli interessi dei bambini figli di detenuti, composto non solo da esperti in materia di legge, ma anche da una commissione di pediatri, psicologi e psichiatri. Il Tribunale si occuperà di prendere decisioni riguardanti la salute psicologica del bambino, la sua eventuale vita in carcere e la sua obbligatoria ma graduale separazione dal genitore incarcerato. In conclusione, durante il dibattito odierno, sono stati esposti e discussi, in maniera approfondita e dettagliata, i documenti sopracitati, e successivamente votati dai partecipanti della Commissione.

Luca Masini