“Una speranza nel cielo di Praga”. Così Guccini, nel 1970, definì il breve operato di Alexander Dubček, presidente del PCC (partito comunista di Cecoslovacchia) eletto il 5 gennaio 1968 e arrestato, nel mese di agosto dello stesso anno, a seguito dell’occupazione sovietica.

Il governo di Mosca infatti, temendo che il “socialismo dal volto umano” di Dubček e dei suoi sostenitori (politica che, in termini semplicistici, mirava al mantenimento del sistema economico collettivista riconoscendo però l’importanza del diritto alla libertà politica, di stampa e di espressione) potesse rivelarsi una minaccia per l’egemonia e la sicurezza dell’Unione Sovietica, nella notte tra il 20 ed il 21 agosto 1968 decise di invadere il paese con circa quattrocentomila soldati e seimila carri armati mietendo più più di trecento vittime e provocando un’ondata migratoria, nel lungo periodo, di quasi trecentomila persone.

Emblematica, come è noto, fu la rivolta avanzata un anno dopo dallo studente di ventun’anni Jan Palach che, in nome della libertà, il 19 gennaio 1969, si diede fuoco in piazza San Venceslao. Lasciò scritto su un suo taccuino: “Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa.” Al suo seguiranno altri sette suicidi tra cui quello dell’amico Jan Zajíc che oggi viene ricordato, insieme a Palach, con un monumento eretto nel 1990 dal presidente Havel nella piazza che fu sfondo di tali orrori.

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La primavera di Praga, in effetti, al di là delle conseguenze politiche (tra cui si può annoverare in parte anche il tramonto dei partiti marxisti e la consequenziale caduta del muro di Berlino), ha rappresentato e continua ad essere un’importante possibilità di riflessione circa “quel bene che ti fa godere di ogni altro bene” (Montesquieu): la libertà. Senza di essa, infatti, come affermano gli ZPM nella canzone “Primavera ‘68”: “Non si può vivere”.

Flavia Cuccaro