La mattina del 27 gennaio 1945 circa settemila persone erano ancora detenute nei campi di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Settemila paia di occhi spenti, settemila corpi stremati, settemila anime stanche, che non avrebbero mai potuto immaginare che quel giorno tutto sarebbe cambiato, che proprio quel giorno quei dannati cancelli si sarebbero aperti, e il mondo intero avrebbe potuto finalmente vedere l’orrore che si celava dietro di essi.

Sessant’anni dopo, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite avrebbe scelto proprio questa data per Il Giorno della Memoria, dedicato al ricordo dello sterminio e delle persecuzioni di più di sei milioni di uomini, donne e bambini ebrei, come designato dalla risoluzione 60/7 del 1º novembre 2005.

Attraverso la Risoluzione viene chiesto al Segretario Generale alle Nazioni Unite di istituire un programma di sensibilizzazione sull’Olocausto, nonché misure volte a mobilitare la società civile per ricordare l’Olocausto e prevenire futuri atti di genocidio. Richiamando la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ribadisce che “l’Olocausto, che provocò l’uccisione di un terzo del popolo ebraico e di innumerevoli membri di altre minoranze, sarà per sempre un monito per tutti i popoli sui pericoli causati dall’odio, dal fanatismo, dal razzismo e dal pregiudizio”.

E così oggi, settantatré anni dopo la liberazione di Auschwitz, ottant’anni dopo la promulgazione delle leggi razziali, l’unica cosa che ci viene chiesto di fare è ricordare ciò che è accaduto, avere memoria. Ma tale compito non può essere ridotto al mero ricordo dei fatti o degli avvenimenti storici stampati sui libri di scuola. Quello di cui dobbiamo avere memoria non sono i numeri o le date, ma le vittime, persone che hanno avuto un volto, hanno avuto un nome, hanno camminato su questa terra, hanno respirato la stessa aria, e, per quanto loro concesso, semplicemente hanno vissuto, sofferto ed amato.

Esistono migliaia di storie di chi ce l’ha fatta e di chi invece in quei campi ha perso la vita troppo presto, e tutte varrebbero la pena di essere raccontate.  In parte c’è riuscito il cinema, in parte sono stati i libri a regalarci la testimonianza di quei  bambini diventati  adulti, e di quelli che quest’opportunità non l’hanno mai avuta.


Il ragazzo salvato da un carico di patate

Sami Modiano nasce nel 1930 nell’isola greca di Rodi, all’epoca provincia italiana, il figlio di Giacobbe Modiano. Alla promulgazione delle leggi razziali fasciste nel 1938, frequentava la terza elementare ed era uno dei bambini più vivaci e brillanti della scuola di Rodi. Forse era in assoluto il primo della classe. Quella mattina, quando fu chiamato alla cattedra, si sentiva persino più sicuro e disinvolto del solito. Era pronto a rispondere alle domande del maestro, ma il suo sorriso si spense subito perché l’insegnante, invece di interrogarlo, lo guardò come mai lo aveva guardato e gli disse di essere stato espulso dalla sua scuola. La situazione a Rodi rimase tuttavia relativamente tranquilla fino all’armistizio che l’Italia firmò con gli Alleati l’8 settembre 1943. Dopo questa data i tedeschi invasero Rodi e il 23 luglio 1944 prelevarono con un inganno tutti gli ebrei presenti sull’isola, senza che nessuno potesse sfuggire, caricandoli nella stiva di un vecchio mercantile in condizioni disumane. La destinazione di Sami è Auschwitz-Birkenau.

In quell’inferno l’unica cosa che lo teneva in vita era l’accorata imposizione di suo padre: “Devi farcela!” e per un po’ di tempo ci riesce, almeno fino a quando, affamato, indebolito e ridotto ad uno scheletro, non riesce a superare la nuova selezione. Lo chiudono, assieme ad un gruppo di altri sventurati, nell’anticamera della finta doccia dove le conduttore del letale Zyklon B sputano veleno a getto continuo. Ma non succede nulla. Passano le ore in un silenzio irreale, poi si spalanca una porta, ma non è quella della camera a gas. Un ufficiale tedesco dà ordine di uscire all’aperto, perchè si è prodotta un’emergenza. Sami racconta l’emergenza con un sorriso amaro: “Sono vivo grazie ad un carico di patate, proprio patate, sissignore! Era infatti arrivato un treno carico di patate, ma non vi erano abbastanza prigionieri per scaricarlo. Era quasi mezzogiorno, e quasi tutti i deportati si trovavano fuori dal campo, al lavoro. Bisognava scaricare le patate in fretta perchè un altro treno della morte, carico di ebrei, attendeva il turno per arrivare alla rampa di Birkenau. Io e gli altri candidati al gas ci siamo guardati, stupefatti: non era ancora il momento di morire. Fummo condotti a scaricare le patate, sistemandole a piramide su assi di legno. Alla fine, ci fu un’animata discussione fra due ufficiali nazisti: uno diceva che dovevamo andare al gas subito; l’altro invece – visto che già indossavamo il pigiama a righe e avevamo preso confidenza con le leggi, la disciplina e le punizioni del lager – sostenne che era meglio rimandarci nelle nostre baracche. Per il gas sarebbero stati pronti i passeggeri del treno che stava sopraggiungendo. Prevalse il fanatismo organizzativo del secondo. Per noi, quindi, morte rinviata”.


L’ostetrica che ad Auschwitz salvò tremila bambini

Stanisława Leszczyńska nacque nel 1896 nella città polacca di Lodz. Nel 1916 si sposò con un tipografo della stessa città da cui ebbe quattro figli: Silvia, Bronisław, Stanisław ed Henryk. Dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale l’intera famiglia si battè per aiutare gli ebrei, venendo quindi arrestati dalla Gestapo e Stanisława e sua figlia vennero mandate ad Auschwitz-Birkenau. Stanisława ebbe molta fortuna, riuscì infatti a portare con sé, dentro un tubetto di dentifricio, alcuni documenti scritti in tedesco che attestavano il suo lavoro come levatrice. Nonostante l’enorme rischio che stava correndo, decise di  parlare con il famigerato dottor Mengele, offrendo la sua assistenza alle donne durante il parto.

 “Fino al maggio 1943, i bambini nati nel campo furono uccisi crudelmente: venivano annegati in un barile pieno d’acqua”. Stanisława ricevette l’ordine di trattare i neonati come se fossero morti. Era di bassa statura, ma si oppose al medico, e rischiando la sua vita assistette a circa tremila nascite, e neanche un bambino nascque morto. Di queste statistiche non si potevano vantare nemmeno le migliori cliniche di tutto il mondo. La levatrice faceva nascere i piccoli nel caminetto che si trovava nel dormitorio, su di una coperta sporca, e subito li battezzava con dell’acqua. Così, contro ogni previsione, i bambini nascevano vivi, belli e robusti, come testimonianza della volontà della natura di opporsi all’odio attraverso un’inesauribile fonte di vita.
 

La Senatrice a Vita

Liliana Segre è una dei 25 sopravvissuti tra i 776 bambini italiani di età inferiore ai 14 anni che furono internati nel campo di concentramento ed oggi, ad 87 anni è una grande testimone della tragedia delle legge razziali. Lo scorso 19 gennaio è stata inoltre nominata Senatrice a Vita da Sergio Mattarella per “aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale”.

Nata a Milano nel 1930, rimane orfana di madre all’età di un anno. Appartiene ad una famiglia ebrea e dopo la proclamazione delle leggi razziali del 1938 vive nascosta assieme al padre. Figlia unica, nel 1943 Liliana tenta la fuga in Svizzera, ma viene arrestata in provincia di Varese, un mese più tardi sale sul treno del binario 21 che da Milano la porta ad Auschwitz.

Per molto tempo, non ha mai voluto parlare pubblicamente della sua esperienza nei campi di concentramento. Solo nei primi anni novanta ha deciso di interrompere questo silenzio; da allora si è resa disponibile a partecipare ad assemblee scolastiche e convegni di ogni tipo per raccontare ai giovani la propria storia, anche a nome dei milioni di altri che l’hanno con lei condivisa e che non sono mai stati in grado di comunicarla. “Lo racconto sempre ai ragazzi perché devono sapere, e quando si passa in una stazione qualsiasi e si vedono i vitelli o i maiali portati al mattatoio, penso sempre che io sono stata uno di quei vitelli, uno di quei maiali. Il mio numero 75190 non si cancella: è dentro di me”.

Ma lei non si limita a parlare del passato e si impegna nella sensibilizzazione affrontando  argomenti molto attuali: “Sono stata anch’io richiedente asilo, clandestina, respinta” – ricorda ad affollate platee di giovani studenti – “Viviamo immersi nella zona grigia dell’indifferenza. L’ho sofferta, l’indifferenza. Li ho visti quelli che voltavano la faccia dall’altra parte. E anche oggi ci sono persone che preferiscono non guardare”.

Mattarella nomina Liliana Segre senatrice a vita
Liliana Segre premiata durante la cerimonia per la consegna delle benemerenze civiche di Sant’Ambrogio, martedi’ 7 dicembre 2010. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

Coltivare la Memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare” [Liliana Segre].

 

                                                                       Camilla Fioravanti