Dopo un anno di presidenza, tra alti e bassi, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, unito con tutti i componenti del Congresso e della Camera dei Rappresentanti, inizia il suo discorso allo “State of the Union” chiedendo più coesione nel governo al fine di garantire un’America migliore.

Lo “State of the Union” è un appuntamento annuale che il Presidente deve tenere come leader e rappresentante, in cui illustra la sua agenda legislativa annua, un report economico sull’andamento del Paese e altre priorità nazionali. Questo discorso deve seguire le direttive dell’articolo 2, sezione 3 della Costituzione degli Stati Uniti, dunque è diretto da leggi ben precise. Negli ultimi anni però questo discorso è divenuto molto più simbolico e cerimoniale, è un momento in cui tutti gli apparati del governo si radunano: quello legislativo, esecutivo e giudiziario (negli Stati Uniti rappresentato dai giudici della Corte Suprema) insieme a tutti i rappresentanti delle varie sezioni della Difesa e del Dipartimento di Stato. Cerimoniale perché non si parla più soltanto delle scelte da intraprendere durante l’anno, ma i Presidenti indirizzano sempre più spesso il discorso nel dare merito alla nazione e ai suoi cambiamenti positivi, ma anche elogiare i cittadini che durante l’anno hanno rappresentato con onore la propria patria. Tanto che quest’ultimi, che possono essere sia della difesa sia comuni cittadini, vengono anche invitati al “State of the Union”.

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Martedì 30 Gennaio il Presidente D. Trump ha indirizzato il suo primo discorso. Molti sono stati i componenti delle due camere che non sono stati presenti, e tanti altri invece che in segno di protesta non hanno dato nessun cenno di approvazione nei confronti delle parole del Presidente, rimanendo perfino seduti durante l’applauso finale.

Il discorso del Presidente, ormai in carica da un anno, è stato molto coerente ma anche molto controverso, dichiarando in diretta nazionale che “non ci sono mai stati anni migliori nel quale vivere nel sogno americano”.

Ha raccomandato maggior unità tra i due partiti principali, quello Democratico e Repubblicano, annunciando che si troverà un compromesso per quanto riguarda l’immigrazione (tema molto caldo per il partito Democratico), andando però contro alle sue retoriche utilizzate nell’anno passato e sottoscritte nel suo ordine esecutivo “Travel Ban”. Ha poi parlato di temi come la famiglia, le infrastrutture e una ipotetica riforma giudiziaria, importanti per i partiti liberali. Ma con tono deciso, una mano ferma sul podio ed indosso una cravatta blu che mostrava molta più autorevolezza che fiducia, ha anche espresso il suo disappunto verso le minoranze che tutti i giorni “minacciano” la sua amata patria.

Trump ha poi ripreso in mano il proprio discorso elogiando quanto sia migliorato il mercato finanziario e del lavoro e come siano nate numerose nuove aziende e che quelle già esistenti si siano irrobustite. Dati che, a parer suo, la nazione non sente mai.

Per poco più di un ora il Presidente si è liberato da un’ombra che lo perseguita da quando ha iniziato la propria presidenza: il “Russiagate”, che proprio negli ultimi giorno ha avuto nuove prove contro di lui. D’altronde stiamo parlando di un Presidente che più volte ha minacciato l’uso della Corte Suprema verso chiunque gli andasse contro, e che ha licenziato molti dei suoi dipendenti (come l’ormai ex capo del FBI) quando si sono opposti alle sue scelte.

La critica al suo discorso è stata prevalentemente negativa, ma con uno score positivo più alto del previsto. Sicuramente, come ha scritto su Twitter l’ex consulente di B. Obama e analista politico David Axelrod, i più grandi sostenitori di D. Trump saranno molto entusiasti di questo discorso e sicuramente ciò andrà a rafforzali ancora di più, ma bisogna vedere se domani il Presidente sarà così determinato nel “scendere a patti” con i Democratici come ha annunciato davanti a tutti.

Si vedrà nei giorni e mesi che seguiranno se egli sarà in grado di mantenere le proprie promesse, specialmente dal momento in cui a breve la popolazione voterà la nuova maggioranza in Congresso e visto lo scenario di disaccordo e i “poll” più bassi di sempre per il partito Repubblicano, vi è una grande possibilità che la maggioranza cada in mano al partito Democratico. In tal caso, questa sarà un’altra sfida che il Presidente dovrà sostenere.

Sarà in grado di far passare le proprie richieste, molte volte criticate come obsolete, in un Congresso dove la maggioranza è in mano a coloro che si sono astenuti nell’applaudirgli al suo primo “State of the Union”? Riuscirà a contrastare le accuse mosse dal “Russiagate”? Tutto questo si vedrà nei mesi a venire.

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Giulia V. Anderson

Bibliografia:

 

https://edition.cnn.com/

https://www.washingtonpost.com/