Pearl è una donna di 30 anni, conosciuta e rispettata per il suo ruolo come attivista per diritti gay in Ghana. Nel corso della sua vita ha sempre prestato aiuto a tutti coloro che, per colpa del loro orientamento sessuale, sono stati allontanati dalla propria famiglia e dalla propria casa. Un giorno decise di provare a ottenere un lavoro in una agenzia governativa locale. Il direttore la chiamò per partecipare ad un meeting a casa sua. Arrivata lì si accorse subito che non erano soli, insieme a loro c’era anche un ufficiale di polizia e la cosa non prometteva bene. Iniziarono fin da subito a farle domande specifiche sul suo orientamento sessuale, sulla sua famiglia e se stesso intrattenendo una relazione sessuale al momento. Pearl era spaventata, scossa, incominciò a tremare quando la minacciarono fisicamente e le dissero che doveva rinunciare al posto, non era una domanda, era una decisa richiesta. Pearl piangeva, non rispose nemmeno, tornò a casa.

Nonostante tutto, non poteva permettersi di non andare a lavoro. Mentre era lì ricevette una chiamata, dove le veniva chiesto di andare all’ufficio municipale.

“Arrivai verso le 11 e mezza al municipio, ad aspettarmi c’erano giovani, insegnanti, polizia. Tutti erano lì per urlarmi contro o per riuscire a colpirmi. Mi sentì circondata da una rabbia, che più che umana era quasi animale. Non c’era motivo di tutto questo accanimento, non sono una persona cattiva, non merito tutto questo. Presa dai mille pensieri che mi ronzavano per la testa, non mi accorsi nemmeno che stavo realmente rischiando la vita. Un gruppo di ragazzi cercò di assalirmi, ma non fecero in tempo ad agguantarmi che fui portata dentro il municipio. Fui portata in una sala conferenze, abbastanza grande, per un momento quasi mi sentì al sicuro, certo era molo meglio di quel trambusto che mi aveva assalita lì fuori. Non feci in tempo a pensarlo che vidi, tutto intorno alla stanza, se non ricordo male, 50 uomini. Mi sedetti, la prima cosa che mi chiesero fu riguardo il mio orientamento sessuale – sei lesbica? – risposi prontamente, a sangue freddo, NO! Un poliziotto mi colpì sulla bocca, questione di secondi, mi lasciai cadere a terra mentre sanguinavo senza interruzione. Mi portarono fuori, mentre mi colpivano. Ora mi trovavo al centro dell’opinione pubblica, mi cosparsero di benzina. Quel malodore lo sento accora addosso, come l’odore delle male parole, di quei sguardi, di quei gesti. Tutti stavano riprendendo quello che stava succedendo. Un uomo di religione, si staccò dalla folla urlando che prima di morire, avrei dovuto confessarmi. Successivamente mi colpirono ancora, arrivò mio padre, mi lasciarono andare.”

Questo accadeva nel 2009, ma solo l’anno scorso Pearl ha trovato il coraggio di raccontare tutto agli operatori di Human Rights Watch, dimostrando tutto il suo coraggio e la sua forza di volontà nel testimoniare l’accaduto.

Il Ghana è uno stato permeato da profonde contraddizioni. Nonostante sia un paese liberal-democratico, con una costituzione che difende i diritti dei cittadini, con diversi istituti che difendono i diritti umani, il governo ha più volte respinto le richieste da parte dei diversi organi UN di cambiare la legge nella sezione 104 (1) (b) del codice criminale, contro “innaturali rapporti sessuali”. Un grande passo che permetterebbe un primo passo verso lo stato di diritto vero e proprio. Il caso di Pearl è uno dei molti, gay e transessuali devono reprimere i loro sentimenti, per paura di essere scoperti dalla propria famiglia, dai membri del proprio villaggio. Molto spesso vengono puniti con la violenza e atrocità di ogni genere. Il vero ostacolo, alla volontà di cambiamento, è la tradizione. La cultura e la religione, cristiana e musulmana, vedono i rapporti omosessuali come un’oscenità che va contro ogni loro principio e dogma. Di certo sarà difficile portare un cambiamento, ma la democrazia, che a quanto pare vige in Ghana, come diceva Tocqueville si basa sulla libertà nell’uguaglianza.

Oscar Raimondi

https://www.hrw.org/report/2018/01/08/no-choice-deny-who-i-am/violence-and-discrimination-against-lgbt-people-ghana