Fin dal 1945 il ruolo principale delle Nazioni Unite è stato principalmente politico. Era l’arena dove le due potenze mondiali, Stati Uniti e Unione Sovietica, si confrontavano per risolvere le crisi che potevano minare l’ordine internazionale uscito dalla Seconda Guerra Mondiale e dal processo di decolonizzazione. Ma fin dalla sua fondazione l’ONU aveva anche lo scopo di riaffermare concetti fondamentali come il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo, la cooperazione internazionale tra i paesi e lo sviluppo economico, sociale e umanitario di tutti i suoi membri.

L’impegno dell’ONU in questo campo è iniziato fin dagli anni ‘60 e da allora è cresciuto con la disponibilità dei paesi membri a collaborare. I principali interventi erano svolti nel campo sociale, economico e ambientale (quest’ultima tematica è apparsa nella agenda politica internazionale a partire degli anni ‘70) di uno stato o di una regione. Ma le azioni e gli obiettivi delle Nazioni Unite e dei suoi organi non prendevano mai in considerazione il fatto che i tre campi potessero essere collegati tra loro e avere risoluzioni in comune. Si dovettero aspettare gli anni ‘90, e la fine del confronto USA-URSS, per vedere un’evoluzione nei programmi e negli obiettivi elencati nei primi articoli della Carta delle Nazioni Unite.

Nel 2000 avviene il cambio di passo, con la Millennium Declaration firmata nel settembre di quell’anno. Con quella dichiarazione l’ONU e i suoi membri si fissavano 8 obiettivi da raggiungere entro il 2015. I Millennium Development Goals (o MDGs) furono un enorme passo in avanti nell’ambito dello sviluppo internazionale promosso dall’ONU. Per la prima volta si specificava quali erano le priorità che le Nazioni Unite volevano raggiungere in questo campo.

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I Millennium Goals avevano come obiettivi principali la fine della povertà estrema, l’istruzione primaria universale, l’aumento dell’uguaglianza di genere in tutti i paesi membri, la sconfitta dell’AIDS, la riduzione della mortalità infantile e la sostenibilità ambientale. Nel complesso i MDGs hanno avuto un discreto successo: la povertà nei primi anni del secolo è diminuita del 50% al livello globale, il numero di bambini che non hanno accesso all’istruzione elementare è passato da 100 milioni nel 2000 a 57 milioni nel 2015, la copertura vaccinale per i bambini è aumentata del 10% in quindici anni (fino all’84%), le persone con accesso ad una fonte di acqua potabile sono passate da 2 a 4 miliardi e 300 milioni. Come si può vedere i risultati erano statisticamente rilevanti, ma i problemi che i MDGs volevano affrontare erano ancora irrisolti in molte regioni del mondo. Questo ha fatto in modo che i funzionari delle Nazioni Unite decidessero di alzare l’asticella e di fissare dei nuovi obiettivi da raggiungere dopo il 2015.

Il nuovo progetto delle Nazioni Unite prese il nome di 2030 Agenda for Sustainable Development e venne affiancata ad una serie di obiettivi chiamati Sustainable Development Goals (SDGs). Gli SDGs rappresentano una nuova implementazione nell’ambito del diritto dello sviluppo. A differenza dei MDGs sono più completi, prevedono una partecipazione più attiva della società civile. Gli SDGs sono 17 ed ognuno di questi prevede al suo interno dei “Targets” per un totale di 169. Gli SDGs possono essere divisi in 4 aree macrotematiche: salute, diritti umani, opportunità economiche e ambiente. Queste aree a loro volta sono le componenti di una Global Partnership che le Nazioni Unite cercano di promuovere tra gli stati membri. La completezza tematica degli SDGs si riflette anche nel coinvolgimento dei paesi e delle loro popolazioni. Non sono solo i paesi più poveri a giovarne, ma anche i più ricchi perché il tema dello sviluppo umano è universale.

Gli SDGs sono: “Povertà Zero”, “Zero Fame”, “Buona Salute”, “Qualità Educativa”, “Uguaglianza di Genere”, “Accesso all’Acqua Potabile”, “Energia Pulita e Accessibile”, “Crescita Economica”, “Sviluppo Industriale”, “Riduzione delle Ineguaglianze”, “Città Sostenibili”, “Sviluppo e Consumo Responsabile”, “Azione Climatica”, “Vita sulla Terra”, “Vita sotto l’Acqua”, “Pace e Giustizia”, “Partnership”.  Un esempio di come lavorano in simbiosi i vari SDGs è il mantenimento e la salvaguardia delle foreste pluviali. Questo target rientra nel goal “Vita sulla Terra”, ma in molte zone del mondo i progetti finanziati dal Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) è abbinato anche al raggiungimento di altri goals come “Qualità Educativa” o “Crescita Economica”.

Il mantenimento e la protezione delle foreste pluviali non ha solo il ruolo di proteggere gli ecosistemi che si trovano al loro interno, ma anche le popolazioni indigene locali che in molte foreste del mondo vivono in tribù o in piccole comunità. Proteggendo la flora e la fauna di una foresta si danno alcune possibilità di sviluppo economico e accesso ai membri di queste comunità. Le comunità che vivono nelle foreste conoscono il loro ecosistema tanto bene da poterlo proteggere nel migliore dei modi. Sfruttando questo fatto, tutti i paesi che entro i loro confini possono attuare le direttive del UNDP coinvolgendo queste popolazioni e dando loro la possibilità di lavorare. In questa maniera i membri delle comunità avranno un lavoro garantito e la possibilità di migliorare le proprie condizioni economiche. Non solo, ma avranno la possibilità di dare ai più giovani un’istruzione migliore, che possa coinvolgerli nella protezione delle foreste, creando così un circolo virtuoso.

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I SDGs sono un progetto audace che mira a migliorare le condizioni di vita dell’uomo nel lungo periodo. L’ONU è arrivata alla loro stesura dopo anni di lavoro nel campo dello sviluppo umano che hanno portato a migliorare la capacità di azione e di intervento nei vari contesti. La domanda che ci si pone leggendo questi obiettivi è: verranno raggiunti? Nessuno ha la risposta, ma le premesse dei MDGs sono buone e i margini di miglioramento ci sono, sempre che tutti i paesi del mondo remino dalla stessa parte.

Cosimo Graziani