“Quando un impero è in crisi alza muri, quando è in ascesa, costruisce strade”, dice Federico Rampini – reporter estero, attualmente residente a New York, del quotidiano la Repubblica – a un gruppo di studenti della scuola superiore. Oggi 29 Gennaio il giornalista ha ospitato nella sede “cronaca” del quotidiano un gruppo di ragazzi che, grazie ad un contest organizzato da United Network in collaborazione con il giornale, hanno avuto l’opportunità di intervistarlo.

Rampini fa questa affermazione in relazione alla politica internazionale adottata dalla Repubblica Popolare Cinese. Andando indietro nei secoli, spiega che gli stessi romani in piena espansione, oltre a mandare le legioni nelle terre da conquistare, costruivano vie di comunicazione e la stessa cosa sta accadendo oggigiorno, ma a capo non c’è più l’aquila imperiale bensì i custodi della città proibita. La Cina infatti sta portando avanti il progetto della “Nuova via della seta”; ovviamente il nome è ripreso dalla vecchia via della seta, vale a dire l’unica via di comunicazione diretta tra l’occidente e Pechino. “Come possiamo ricordare” dice Rampini, “la via della seta era sia terrestre che marittima ed era l’unica via di commercio tra i due continenti”. Alla domanda: “Data la sua esperienza asiatica, quali pensa possano essere le nuove sfide e opportunità per l’Europa e per l’Italia, anche alla luce del progetto della nuova via della seta?”, il reporter dà una riposta molto articolata ed esauriente.

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Risponde dicendo che effettivamente il progetto è un’opportunità per l’occidente che vede facilitato il proprio commercio con i cinesi, grazie all’edificazione di infrastrutture che permettono il trasporto diretto intercontinentale. Se da una parte si rende più semplice il commercio, principalmente l’importazione, dall’altra sarebbe bene riuscire anche ad aumentare le nostre esportazioni, dato che in Cina è al quanto apprezzato il “Made in Italy”. Ma sull’altra faccia della medaglia vi è un rischio notevole, vale a dire quello di diventare una colonia del popolo millenario. Il giornalista afferma infatti che “la Cina sta portando avanti un progetto imperialista non armato”. Questo rischio infatti rientra nelle sfide del vecchio continente, che oltre evitare questa colonizzazione indiretta, vede aumentare sempre di più la presenza cinese al di qua degli Urali, poiché grandi punti di incontro, quali il porto di Atene, stanno passando lentamente nelle loro mani. In  seguito gli viene chiesto se pensa che la Cina possa mai prendere il posto degli Stati Uniti come leader globale e se nel giro di poco tempo addirittura la lingua franca non sarà più l’inglese bensì il mandarino.

A questa domanda il giornalista risponde che sotto alcuni punti di vista sì, la Cina potrebbe prendere il posto degli USA, ma solamente in campo economico. Spiega che con la sua crescita Pechino potrebbe riuscire ad essere la prima potenza economica mondiale e che forse tra tanti anni potrebbe riuscire anche in campo militare, ma a livello culturale dubita che potranno mai primeggiare; questo perché gli Stati Uniti ormai sono “il modello”, sono entrati nei confini nazionali non tramite i carri armati, ma con il cinema, la musica, la letteratura, la cultura. Difficilmente potrà mai esserci un “sogno cinese” e di conseguenza una sostituzione della lingua franca. In aggiunta una nazione è leader quando esporta valori, dunque finché la “repubblica” non lascerà dietro di sé questo regime autoritario – tra i cui strumenti principali vi è la censura, che ora più che mai sta tappando troppe bocche, massacrando quella che è una delle libertà fondamentali dell’uomo, ossia la libera opinione – la Cina non potrà mai essere un modello da seguire. Nonostante tutto, Pechino promuove comunque la cultura cinese in tutto il mondo, grazie alla creazione di centri “Confucio”, creando sempre maggior interesse tra gli occidentali verso questa cultura millenaria. Qui però nasce il dubbio e ci si chiede se effettivamente questa politica estera del “soft power” possa scaturire realmente in una colonizzazione cinese, senza nemmeno accorgercene.  

Angelo Chiarlitti