Un governo precario, due fazioni in lotta e un’opprimente instabilità economica fanno del Sud Sudan uno tra i paesi meno sviluppati al mondo. Da 5 anni migliaia di bambini, maschi e femmine, sono al contempo vittime e attori di una continua guerra civile, costretti a rinunciare a giocattoli e libri per imbracciare un fucile. Tra quelle migliaia di bambini, 300 sono recentemente tornati a casa: è il primo grande successo in più di un anno.

Il Sud Sudan

Per affrontare il fenomeno dei bambini soldato è necessario conoscere la storia del Sud Sudan, il paese più giovane del mondo. La secessione dal Sudan è stata ufficializzata il 9 Luglio del 2011, dopo oltre vent’anni di conflitti che vedevano contrapporsi il nord musulmano al sud cristiano. Nonostante le ricchezze petrolifere di cui dispone, tensioni etniche e difficoltà economiche hanno impedito al paese di prosperare sin dai primi mesi di indipendenza. Poi, a solo 2 anni dalla tanto attesa autonomia, sono iniziati i combattimenti.

La guerra civile sudanese è strettamente legata a due figure politiche, quella del presidente Salva Kiir, di etnia dinka, e quella del suo vicepresidente, Riek Machar, di etnia nuer, che da anni si contendono il controllo del governo e del loro partito, il Movimento per la liberazione del popolo sudanese (SPLM). Quando nel Dicembre 2013 Kiir ha accusato Machar di tentato colpo di stato, le due fazioni rivali hanno dato inizio agli scontri. Nel 2015, dopo trenta mesi di combattimenti e decine di migliaia di morti, è stato siglato un fragile accordo di pace. I due eserciti però, insoddisfatti, non hanno cessato i combattimenti. Ad oggi si stima che oltre 50.000 persone siano state uccise e più di 1.6 milioni siano state costrette ad abbandonare le loro case.

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I bambini soldato

“È molto frequente vedere bambini camminare per strada, trascinando nella polvere i fucili”. Così riporta uno dei numerosi resoconti stilati dall’Unicef, da anni impegnata per fronteggiare il reclutamento di bambini nel paese. Con il passare del tempo il conflitto prosegue e aumenta la necessità di soldati: in un paese privo di educazione, dove la metà della popolazione è sotto ai 15 anni, i bambini, vulnerabili, divengono inevitabilmente facili prede delle truppe rivali. Quando i soldati bussano alle loro case, i bambini sudanesi spesso chiedono: “perché?”. La risposta arriva pronta: “perché devi difendere le tua tribù”. Alcuni accettano, a volte persino incoraggiati dalle stesse famiglie. Sebbene sembri impossibile, la motivazione è presto spiegata: “sentono di non avere altre opzioni”, ha asserito Mahimbo Mdoe, rappresentante Unicef in Sud Sudan. “Spesso sono attratti dalla garanzia di cibo e protezione”. Chi si oppone viene invece minacciato con un fucile e trascinato via con la forza, non prima di sapere che anche la sua famiglia subirà ripercussioni se non acconsentirà ad arruolarsi.

 

UNMISS

L’8 Luglio 2011 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha istituito la Missione delle Nazioni Unite nella Repubblica del Sud Sudan (UNMISS) per affiancare il neo-stato nel periodo subito successivo all’indipendenza. Se l’obiettivo iniziale era però quello di contribuire al consolidamento di un governo stabile e di un saldo sviluppo economico, a partire dal Dicembre 2013 lo scopo della missione si è evoluto nel più urgente bisogno di contrastare la guerra civile in atto. Unità specializzate sono state inviate e azioni di peacekeeping sono state studiate per riportare la pace nel paese. Le Nazioni Unite hanno anche istituito una Giornata Internazionale contro l’uso di Bambini Soldato, che ricorre ogni anno il 12 Febbraio. Pochi giorni prima di questa ricorrenza, proprio la Missione del Sud Sudan ha ottenuto un importante successo, liberando centinaia di bambini nella regione dello Yambio.

In 300 di nuovo bambini  

Un programma avviato dalla UNMISS prevede di liberare 700 bambini soldato: nella prima settimana di Febbraio 300 di loro sono tornati a casa; è il primo grande salvataggio in Sud Sudan in più di un anno. “Questo è un passo cruciale per realizzare il nostro obiettivo finale: liberare tutte le migliaia di bambini ancora nelle mani dei gruppi armati e restituirli alle loro famiglie”, ha detto Mdoe. Durante una cerimonia per festeggiare l’evento, i bambini sono stati disarmati e sono stati provvisti di abiti civili. Sono stati sottoposti alle dovute visite mediche e sono stati affiancati dagli aiuti psicologici provvisti dall’UNICEF. Particolare attenzione viene prestata alle bambine, che spesso sono state vittime di abusi. “Questo è il primo passo verso la ricostituzione della comunità, è il primo passo dei bambini verso una vita normale. La nostra priorità è ora quella di fornire a questi bambini tutto il supporto di cui hanno bisogno per garantirgli un futuro più promettente”, ha ribadito Mdoe.

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Si stima che 19.000 bambini continuino ancora a servire nei ranghi delle forze armate. La UNMISS, congiuntamente all’Unicef, ha confermato il suo impegno nel combattere questa grave violazione dei diritti umani. Fallire ora nel fermare il reclutamento di bambini soldato potrebbe trasmettere l’idea alle generazioni future che l’unico modo per ottenere sicurezza sia proprio quello di arruolarsi e combattere per difendere le rispettive etnie.

Chiara Erriquez