“Sbaglio o voi ed io abbiamo un appuntamento?”

Così, in una calda giornata romana, un signore dagli occhiali rossi e l’aria di chi conosce il mondo ha accolto un gruppo di ragazzi curiosi di capirlo questo mondo.

Sono stati tanti gli argomenti trattati al settimo piano della redazione del quotidiano la Repubblica quel pomeriggio, ma tutti legati indissolubilmente dall’unico filone della globalizzazione, fenomeno che tutti conosciamo e di cui tutti siamo vittime.

Questo processo in continua evoluzione porterà alla nostra distruzione o alla più completa realizzazione della nostra società? Probabilmente nessuno meglio di Federico Rampini, cittadino del mondo ancora prima che giornalista, può aiutarci a rispondere a tale interrogativo.

Inevitabilmente, se si parla di globalizzazione (e di Rampini), ecco che entrano in gioco le due più grandi potenze mondiali: Cina e USA.

Innanzitutto, Rampini sostiene che prima di qualunque attenta analisi sia necessario prendere in mano una carta geografica e da lì cominciare; perciò inizieremo da lì: il sistema di collegamento tra la Cina ed il mondo è la via della seta, reticolo che fin dall’antichità gestiva i rapporti commerciali tra impero cinese ed impero romano. Oggi, a distanza di migliaia di anni, i cinesi continuano a spalancare questa porta che si affaccia sul resto del mondo, costruendo infrastrutture di ogni tipo finalizzate alla velocizzazione dei commerci. Ed effettivamente lo scopo continua ad essere raggiunto alla perfezione. Tuttavia se da un lato c’è l’aspetto positivo della velocità, dall’altro c’è quello del sovranismo, della possibilità (da tenere in conto) di poter diventare una colonia cinese. C’è da premettere che il sovranismo, quindi la tendenza a preservare la sovranità nazionale, è sicuramente parte della cultura sia della Cina che degli USA e di conseguenza non rappresenta niente di innovativo sulla scena globale. Ciò che si presenta come nuovo è invece la possibilità che si sviluppi nelle nostre menti il desiderio di un “sogno cinese”. Infatti,  dal punto di vista economico e militare, niente impedisce che la Cina diventi per noi ciò che da sempre gli USA rappresentano su scala mondiale, tuttavia non è da sottovalutare il quesito che Rampini pone: tenendo conto del fatto che tutti tendiamo ad aggregarci con persone affini nei valori, è possibile, da parte della Cina, creare un sistema di valori in cui il mondo possa riconoscersi? La risposta del giornalista è che forse, almeno per ora, questa possibilità è ancora molto lontana. Basti pensare all’aspetto linguistico: per quanto il mandarino sia una lingua sempre più utile da conoscere al giorno d’oggi, potrà mai diventare internazionale tanto quanto lo è l’inglese? Difficile a dirsi. Ciò che è certo, a detta di Rampini, è che per il momento New York, più che ogni altra città al mondo, è il luogo più utile per guardare il resto del mondo e, probabilmente, un primato così importante è difficile da superare.

Se quindi la realizzazione di questo soft power cinese (egemonia culturale) è ben lontana dal concretizzarsi, ci si chiede se i social ed internet possano in qualche modo anticipare questo processo. Ciò che il giornalista dagli occhiali rossi sostiene è che le fake news esistano da ancora prima dei social: già dal lontano 1956 quando venne scritto che la rivolta di Budapest era controllata dalla CIA, notizia assolutamente falsa; ma ancora prima dal Medioevo, quando molte donne venivano accusate di essere delle streghe. È evidente, dunque, che i social non abbiano inventato niente, tuttavia i pericoli di internet esistono, ci sono e conducono via via la nostra società ad esasperare le disuguaglianze sociali e la tendenza al monopolio, perciò del tutto bene non fanno. A tal proposito Rampini suggerisce quindi di spegnere tutto, ogni tanto, e prendere in mano un bel libro, di quelli che richiedono un’attenzione quasi estenuante (Guerra e Pace per capirci), e, aggiungerei, di dedicarsi alle persone, quelle vere, senza le quali, in fondo, niente avrebbe senso.

                                                                                                                                          Arianna Cieri

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