Il XXI secolo si è aperto con la consapevolezza che un fenomeno inesorabile, la globalizzazione, stia completamente trasformando il paesaggio collettivo ed economico delle nostre società.

La diffusione dei mezzi di comunicazione, il processo tecnologico e la circolazione incontrollabile di idee, notizie ed informazioni attraverso l’abuso dei social network hanno mutato il paradigma in base al quale non si è più individui tra loro comunicanti, appartenenti a vari Paesi del mondo, aventi ciascuno i propri riferimenti e la propria cultura, bensì membri del cosiddetto “villaggio globale”. Un’unica società, con un unico codice di partecipazione ed un unico strumento: internet.

A ciò si aggiunga come le varie Nazioni di questo mondo abbiano, nel corso delle epoche – e per ragioni di cooperazione economica (in primo luogo), politica e militare –, rinunciato ad una porzione della propria sovranità riunendosi in organismi sovranazionali come l’ONU, la NATO e la controversa Unione Europea. La paura, avvertita soprattutto dai piccoli Stati, legata alla perdita dell’identità nazionale, trova il suo fondamento nella costante esportazione di tendenze, idee ma anche di un potere economico e politico capace di persuadere, convincere ed attrarre le masse attraverso la condivisione di risorse come la cultura ed i valori: da qui la categorizzazione del “Soft Power” di Joseph S. Nye Jr.

In particolare, nell’ultimo decennio, caratterizzato da una profondissima depressione economica – paragonabile a quella del 1929 – dall’inarrestabile fenomeno delle migrazioni, tanto dovute alle persecuzioni religiose e razziali quanto economiche, sino allo spregevole ritorno del terrorismo di matrice fondamentalista e religiosa, si sta assistendo al radicarsi di attitudini, e quindi politiche, protezionistiche nei confronti del neoliberismo e sovraniste volte a preservare la sovranità nazionale di un popolo nel proprio Stato.

In questo contesto estremamente complesso, abbiamo assistito a numerosi fenomeni di euro-scetticismo e conservatorismo, nello specifico la “Brexit” e l’“America First” di Trump.

Quanto all’euroscetticismo, la Brexit ha sicuramente inferto un colpo determinante alla già traballante Unione Europea. In un referendum frettolosamente deciso dal governo conservatore di Cameron, il vento populista ha prevalso sopra ogni istanza comunitaria; due furono i cavalli di battaglia della campagna sovranista: riconquistare una sovranità nazionale e controllare i confini del Regno Unito per contrastare il fenomeno migratorio, potenzialmente capace di compromettere la crescita dei cittadini inglesi. Il culmine di tutte queste paure si è materializzato il 23 giugno del 2016 con la decisione dei sudditi di Sua Maestà di salutare l’Unione Europea; salvo poi rendersi conto, poche settimane dopo, che se il referendum fosse stato riproposto avrebbe avuto un esito totalmente contrario.

È tuttavia significativo come i timori della globalizzazione possano far breccia anche nel cuore di un gigante politico come gli Stati Uniti d’America, il Paese che più di ogni altro ha esercitato la propria influenza globalizzante. Ebbene, lo slogan “America First” – originariamente coniato nel 1916 dal Presidente democratico Woodrow Wilson che prometteva di porre al primo posto l’America nella sua esigenza di pace e di non coinvolgerla nella Grande Guerra che dal 1914 si stava svolgendo in Europa – con 100 anni di ritardo è stato utilizzato dal magnate repubblicano Trump nella sua corsa, vittoriosa, alla Casa Bianca, con l’intenzione di applicare una nuova visione di governo incentrata su politiche economiche e sociali dai tratti tipicamente protezionistici, fatte di muri sul confine messicano per combattere l’immigrazione, di investimenti sul carbone in netto contrasto con i più recenti protocolli internazionali in tema di ambiente, fino al tentativo di smantellare la riforma sanitaria promulgata dal suo predecessore. Lo stesso Trump, durante il World Economic Forum 2018, è sembrato voler correggere il tiro, sostenendo che “America First” non significasse “America Alone”, manifestando quindi la disponibilità degli USA per una generica cooperazione internazionale. Anche in questo caso fanno riflettere i sondaggi che vedono la popolarità del Presidente ai minimi storici.

Il 4 marzo la “piccola” Italia sarà chiamata a decidere quale offerta politica, e quale visione del proprio ruolo, sposare: l’europeismo, dal più convinto al più estemporaneo a seconda della compagine politica, oppure il sovranismo, più o meno moderato. Il giornalista Federico Rampini, interrogato circa il ruolo dell’Italia nell’Unione Europea, rispondeva considerando come il Bel Paese sia una piccola nazione sulla scena mondiale, caratterizzata da un elevato debito pubblico e da mancate modernizzazioni che lo renderebbero, nel caso scegliesse una deriva politica marcatamente sovranista, “solo in un mondo di giganti”. L’impressione è che solamente la storia, come nei casi precedenti, sarà in grado di dare risposte più convincenti sulla base delle scelte adottate. La sfida, ancora oggi, a maggior ragione per l’Italia, è come affrontare la globalizzazione: la scelta vincente sarà quindi quella di chiudersi nel proprio guscio, oppure accodarsi al treno comunitario a guida teutonica, o ancora spendersi maggiormente per una radicale revisione in chiave popolare e non burocratica del debole gigante europeo, e quindi porsi come uno dei paesi guida dello stesso?

Veronica D’Ottavio

 

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