Dopo secoli di lotte per i diritti umani e civili, e nonostante il progresso si sia reso artefice di un generale miglioramento delle condizioni di vita, l’obiettivo di una reale uguaglianza sociale, di una felicità e di un amore condiviso, unito ad una vera e propria concordia sociale, va a poco a poco sfumando con l’accrescere di nuove portate economiche, il cui sviluppo a macchia d’olio sembra oltraggiare questi vani tentativi liberali.

Nell’intervista avvenuta il 29 gennaio al giornalista di fama mondiale Federico Rampini presso la sede giornalistica del quotidiano “La Repubblica”, dieci ragazzi vincitori di un contest si sono addentrati in domande piuttosto argomentate al giornalista, le cui approfondite e motivate risposte hanno rinsavito le conoscenze piuttosto scarne dei giovani inviati.

È un secolo duro il nostro, un secolo in cui, nonostante la fitta rete tecnologica a nostra disposizione, l’informazione tende ancora a vacillare. La rivoluzione tecnologica ha fatto sì che le barriere venissero sfondate, facendo approdare la cultura e l’informazione anche laddove fino a poco tempo prima ciò era solamente un sogno. Ma l’uguaglianza non dilaga in linea retta: lo Stato di diritto resta ancora onirico, mentre, parallelamente alla caduta di antiche frontiere, ne nascono di nuove, forse ancora più pericolose, ancora più silenziose. Lo spettro della diseguaglianza è tornato a ruggire silenzioso nel XXI secolo, antichi scheletri nell’armadio si animano in un contesto storico differente, ma con motivazioni apparentemente simili. Risulta chiaro, quindi, che l’obiettivo di una reale uguaglianza sociale sta diventando sempre più una mera utopia; ma la storia si ripete ciclicamente, e, se nuove idee, mezzi e progetti sembrano animare uno sfondo progressista, tuttavia l’uomo erra oggi come nel passato, è soggetto ad una debolezza che sembra non poterlo abbandonare mai. Il mondo occidentale sta vivendo una profonda fenditura, non solo a livello globale, ma anche nazionale, e l’America ne è un esempio lampante. Globalisti e sovranisti emergono con potenza in uno scenario di enormi differenze territoriali, sociali e culturali in un territorio vasto quale quello americano, e proprio da ciò scaturisce la profonda critica che ha seguito le elezioni avvenute lo scorso anno, che hanno visto affiorare queste due tendenze negli anni radicate e nascoste. Il populismo tende verso destra, e così anche il proletariato sottopagato non riesce più a fidarsi di una sinistra assente, che non si cura più dei loro interessi. Ci si prova, ci si butta. Non si ha più fiducia in un vasto meccanismo di globalizzazione, la concorrenza cresce all’ordine del giorno, sempre più fabbriche vengono delocalizzate, la sicurezza nazionale ha perso di valore, così come anche la propria identità risulta scolorita con l’arrivo di nuovi flussi migratori. La sicurezza degli Americani vacilla, il caos è ciò che vige in uno Stato dalle dimensioni e differenze sociali così evidenti; la gente si fida, ha bisogno di fidarsi di un nuovo leader che propone loro misure nuove rispetto al passato, tentando, così, un affievolimento utopistico di quei problemi che preoccupano la gran parte della popolazione. È così, dunque, che nasce l’idea di una politica sovranista di Trump, che fa del populismo la leva di un nuovo nazionalismo, il quale ha, come scopo, quello di ridare speranza ai suoi cittadini. L’idea dell’inserimento di dazi, nasce quindi da una “sovra-globalizzazione”, che ha portato, a poco a poco, ad una fusione culturale senza precedenti, causando un enorme ciclo migratorio con la conseguenza di aver  indotto il paese ad una ritrosia statalista, di cui Trump ne è il fiero portavoce.

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Ma se in Occidente si sta assistendo ad un ritorno nazionalistico anti-globalista, in Oriente la Cina mantiene inalterato il suo ruolo autocrate accentratore, in cui la censura è tornata all’ordine del giorno pur mostrando di recente un aperto interesse verso i costumi occidentali. La West Coast americana osserva con circospezione i mercati cinesi via via in espansione, temendo questa competitività su scala mondiale. Ci si chiede quale tra le due potenze vincerà il primato economico nel mondo, ma bisogna chiedersi se sono state vane le lotte per l’indipendenza e le atrocità commesse e subite per la conquista della libertà. Ci si chiede se un paese autoritario chiuso attorno alle sue mura ideali quale la Cina possa conquistare il mercato unicamente sfruttando la forza dell’economia e delle sue armi. Ci si domanda se la rivoluzione tecnologica non abbia forse spazzato via i valori con cui l’Occidente è riuscito a guadagnarsi un posto vincente sul podio mondiale, e forse anche nel cuore delle popolazioni. È una battaglia aperta quella tra la forza e i valori, tra il denaro e gli ideali. Ma se nel XXI secolo siamo ingabbiati negli hardware made in China, tuttavia il pensiero Occidentale non è censura o sfruttamento, né bisogna abbandonare la speranza che i nostri avi hanno vissuto nell’”American dream”. È difficile, quindi, rispondere alla domanda circa l’egemonia nella battaglia aperta tra Cina e Stati Uniti, ma Rampini è stato chiaro: il soft power americano ha più valore delle macchine da guerra orientali.

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L’antica “Via della Seta”, un tempo teatro di scambi tra Oriente e Occidente, oggi torna con veemenza nel sogno di un “progetto imperiale” cinese. La Nuova Via della Seta diventa un porto di idee e scambi commerciali, ma la Cina è pronta a espandersi con molta più forza rispetto al passato, lasciando aperti interrogativi circa la situazione, se favorevole per la crescita di nuove opportunità e sfide o se semplicemente un tentativo di un’egemonia tanto agognata per un colonialismo cinese. D’altro canto è necessario tenere a mente la rivoluzione digitale per poter comprendere l’espansionismo di una civiltà cinta da mura come quella cinese, la quale, pur restando chiusa nel proprio fortino, è riuscita a creare stabili ponti con il mondo occidentale.

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Arrivati a questo punto, esisterà un modello di “sogno cinese” esportabile? Oggi si esportano armi, suppellettili, perfino idee. Con la rivoluzione digitale si postano foto in tempo reale, si assiste a catastrofi in diretta live. La mappa dei progressi si sta espandendo, così come quella dei diritti umani si sta dilaniando. La situazione è ancor più tragica di ciò che si crede: si pensa di essere informati, ma il deficit dell’informazione zampilla nell’era digitale, in cui l’ignoranza paradossalmente aumenta anziché diminuire. Le distanze diminuiscono mediante i nuovi strumenti tecnologici, eppure le diseguaglianze aumentano senza controllo. La globalizzazione è una bomba ad orologeria: porta innovazioni distruggendo le identità. Porta progresso e accompagna la miseria, elimina le distanze fisiche ma aumenta quelle razziali. Il “benessere senza le libertà” sta vincendo, e con esso un ritorno ai peggiori difetti del capitalismo e del sistema liberista, nonché monopolizzazione e diseguaglianza sociale. Sarà forse vero che progresso e perdita di identità sono due fattori direttamente proporzionali? Federico Rampini è chiaro sotto questo punto: consiglia di “non arrendersi alla dittatura della superficialità”, scavando a fondo al fine di comprendere la nostra époque, e, chissà, magari in un futuro non molto lontano sarà possibile trasformarla nuovamente in una belle époque, proprio grazie a questa presa di coscienza e alla riscoperta del nostro mondo, oggi più che mai caratterizzato da uno sfumato illusorio.

Marta Meletti