Abbattiamo i muri, sconfiggiamo le paure.                                                                           Informarsi, imparare, confrontarsi e accettare sono le parole chiave per guardare in faccia la realtà di oggi.

La paura non è una scelta personale, è involontaria, spontanea, imprevedibile, difficile da controllare e gestire; soprattutto quando collettiva, derivata di un disagio comune, un sentimento comune, diffuso e enfatizzato da notizie, passa parola, politica, da fattori esterni, più grandi di noi che non possiamo controllare.

Ma c’è una soluzione? E’ difficile da gestire sì, ma non impossibile.

Recentemente si è diffusa una “cultura della paura”, alimentata dall’ignoranza generale, mal informazione e chiusura che sta caratterizzando il nostro popolo negli ultimi tempi.

Si parla di un senso di abbandono, disagio, minaccia dovuta all’attualissimo fenomeno dell’immigrazione che ha fortemente colpito il nostro paese negli ultimi anni.

Se “avere dubbi e timori non è un peccato” – riprendendo le parole di Papa Francesco – lo è invece permettere che questa paura influisca nettamente nelle risposte, nel comportamento, nei nostri pensieri, nel nostro quotidiano.

Vi sono state nella storia tante “grandi Paure collettive”, l’etnologia definisce la paura come uno stato psicologico, fisiologico e comportamentale indotto negli animali e negli umani da una minaccia, attuale o potenziale, al proprio benessere o alla propria sopravvivenza”. Ma una cosa positiva si può intravedere: questo stato di ansia, apprensione e disagio fa sì che si fronteggi la situazione critica, che in questo caso, è proprio lo straniero.

Ci troviamo oggi faccia a faccia con lo straniero, con “l’altro”, “il diverso”, “lo sconosciuto” e di fronte alle nostre paure abbiamo due possibili reazioni: agire, combattere o restare immobili, fermi, impotenti.

Probabilmente, se siamo qui a parlarne è perché la maggior parte delle persone resta fermo, non agisce, non si informa, non ascolta. La paura può giocare brutti scherzi, fa annebbiare la vista ed ingigantire i problemi.

Dal vocabolario Treccani:

ignoranza s. f. [dal lat. ignorantia]. – 1. Con sign. ristretto, l’ignorare determinate cose, per non essersene mai occupato o per non averne avuto notizia: i. dei proprî doveri; i. di una scienza, di un’arte; l’i. della legge non scusa la sua violazione; cullarsi nell’i.; confesso la mia i., per scusarsi di non intendersi di una data materia o di ignorare cose che si dovrebbero sapere. 2. Più comunem., la condizione di chi è ignorante, cioè privo d’istruzione: vivere nell’i.; sollevarsi dall’i.; i. grossolana, i. crassa; la superbia è figlia dell’ignoranza.

Ignoranza è dunque “non sapere”.

Si pensa che conoscere voglia dire automaticamente condividere, ma le due non sono sempre azioni connesse tra loro; informarsi, interrogarsi, valutare per dare il giusto peso fa si che le paure vengano abbattute e si possa anche non condividere ma comunque accettare, semplicemente accettare l’esistenza del diverso, accettare di non essere i soli protagonisti su questa Terra. Perchè cultura è semplicemente rispetto.

Che poi non esiste una tipologia di diverso, siamo tutti diversi, perché avere paura del diverso? Perché allora non abbiamo paura tutti di tutti? Ognuno di noi è diverso dall’altro, perché avere paura di un africano e non di un francese? Per la loro storia? perché ci sembra così lontano e sconosciuto il luogo da dove viene? Ma con questa tecnologia oggi non siamo tutti sotto lo stesso cielo, tutti sulla stessa Terra, tutti amici, connessioni, keep in touch, globalizzazione, viaggiare, sushi, thailandese, insetti, Erasmus, stage all’estero?

Siamo così internazionali e così chiusi allo stesso tempo. Non c’è una via di mezzo, o tutto o niente.

D’altra parte però se oggi esistono movimenti separatisti all’interno di una stessa nazione, se la Catalogna vuole distaccarsi dalla Spagna, se è stato proposto il doppio passaporto agli abitanti di Bolzano, se in Inghilterra hanno votato sì alla Brexit, significa che tutti gli sforzi degli anni passati, tutta l’ enfasi e i sacrifici fatti per costruire un’ Europa unita non hanno tenuto conto delle diversità e dei reali bisogni delle popolazioni che troppo spesso preferiscono curare “il proprio orticello” piuttosto che proiettarsi verso soluzioni di più ampio respiro: cittadini Europei.

Qualche decennio fa era solo un’utopia e ora che potrebbe essere una realtà ci si ripiega su se stessi: va bene tutto, ma “not in my backyard”.

E quindi vi sono, correttamente, discorsi teoricamente progressisti, di accettazione e condivisione, ma all’atto pratico?

I centri di accoglienza devono essere lontani da noi; se abito in montagna il problema degli sbarchi non mi riguarda, non li vedo; se devo assumere qualcuno meglio che questo sia bianco. Si potrebbero fare mille esempi di vita quotidiana che ci hanno toccato almeno una volta, magari anche involontariamente.

Ci si dimentica di quando i diversi siamo stati noi, di come non possiamo piu permetterci di dire “io non lo sapevo” perchè sappiamo tutto di tutti in tempo reale, di come potremmo invece imparare a sfruttare le differenze per arricchirci, per ampliare i nostri orizzonti.

Per imparare semplicemente che le cose hanno mille sfaccettature e basta solo guardarle con occhi diversi.

Flavia Casagrande