Mark Zuckerberg, informatico ed imprenditore statunitense che nel febbraio 2004 lanciò il servizio di rete sociale più importante al mondo (Facebook), l’11 aprile dovrà testimoniare dinanzi al Congresso degli Stati Uniti d’America. Questo perché ritenuto responsabile di uno scandalo globale insieme alla Cambridge Analytica.

Per chi non conoscesse la Cambridge Analytica, è una azienda di consulenza britannica che si occupa di data mining e analizza generalità, con lo scopo di annunciare i dati raccolti durante momenti di rilevanza politica. Venne conosciuta durante la campagna elettorale presidenziale degli Stati Uniti del 2016, per aver inizialmente appoggiato il candidato Repubblicano Ted Cruz ed in seguito al suo fallimento, Donald Trump, e in Europa per aver influenzato la campagna di Nigel Farage a favore della Brexit. La Cambridge Analytica, tramite sondaggi e questionari, prevedeva gli exit poll e cercava di motivare l’elettore nel votare il candidato, o la scelta, per loro ideale. Tramite queste azioni e mediante la piattaforma Facebook, è riuscita a raccogliere dati su 87 milioni di persone, prevalentemente statunitensi.

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Come è riuscita una società di consulenza ad oltrepassare i firewall di Facebook? Tramite dei semplici questionari.

Spesso, molte persone, per evitare di registrarsi ad un sito possono scegliere l’opzione di entrare tramite Facebook e/o Google. Quando si acconsente di accedere con Facebook, quel sito è conseguentemente autorizzato ad avere accesso ai dati personali: data di nascita, residenza, amici, like, commenti e preferenze. Questo dona al sito web la possibilità di poter inviare notifiche push con lo scopo di pubblicizzare i propri prodotti, proporre articoli di lettura e/o eventi. Per chiarire il concetto basta pensare ad Amazon: quando si cerca uno zaino su Amazon e poi si entra su Facebook si notano diverse nuove pubblicità sulla colonna a destra, con attenzione ci si può accorgere che vengono proposte promozioni proprio di diversi modelli di zaini. Lo stesso metodo è stato utilizzato dalla Cambridge Analytica.

Attraverso dei questionari, dove venivano pagati i partecipanti dai 2-5 dollari statunitensi, la società chiedeva le proprie preferenze per quanto riguardava la campagna elettorale USA del 2016. In seguito, la Cambridge Analytica, dopo aver analizzato a fondo i dati, li comunicava al candidato sostenuto, con lo scopo finale di divulgarli ed influenzare le scelte dei cittadini.

Mark Zuckerberg si è ritenuto colpevole di aver mancato nel proteggere i propri iscritti, nonostante siano stati dei membri interni alla società di Facebook ad aver aiutato l’azienda inglese. Durante la campagna elettorale, Facebook si era già mossa per rimuovere molti troll russi che, anche loro, influenzavano la campagna elettorale, ma nessuno si era accorto dell’intrusione da parte di Cambridge Analytica. In seguito allo scandalo sono stati bloccati molti siti simili, limitati gli accessi da parte di altri web ed annunciate nuove contromisure e restrizioni, per aiutare sia Facebook sia Instagram.

Nonostante ciò, con stime che possono ancora variare, 87 milioni di utenti sono stati privati della propria privacy per scopi politici. 87 milioni di utenti sono stati violati a loro insaputa. 87 milioni di utenti riceveranno una email da Facebook avvisandoli dell’accaduto, scusandosi e rendendoli partecipi dell’aumento di firewall.

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Nonostante non ci siano delle accuse penali o civili, Mark Zuckerberg parlerà dinanzi al Congresso statunitense mercoledì e scopriremo con maggiori dettagli i fatti avvenuti, insieme ai numeri reali di dati violati. Per quanto invece riguarda le testimonianze di Alexander Nix, fino a poco fa a capo di Cambridge Analytica, e Brad Pascal, numero due per il digitale di Donald Trump, dovremo ancora aspettare. Occorre però riflettere su come sia stupefacente che sia Nix sia Pascal non siano ancora stati coinvolti nello scandalo, e su come non sia stato ancora chiamato in causa Trump, visto che la raccolta dati ha influenzato proprio la sua vittoria.

Giulia V. Anderson