Ogni anno l’11 di maggio si svolge la Giornata mondiale del commercio equo. È giornata che di solito non viene pubblicizzata, ma pur passando in secondo piano, non è inferiore per importanza ad altre giornate dedicate a tematiche simili. Il mercato equo e solidale è una tipologia di commercio che vuole differenziarsi dalle moderni modelli economici di sviluppo: si basa sul commercio di prodotti che hanno tutti in comune delle caratteristiche: il rispetto per l’ambiente, il rispetto della dignità del lavoro, la diffusione di modelli economici alternativi.

Perché c’è la necessità ogni anno di ricordare l’importanza del modello equo e solidale ? Perché questo modello economico racchiude in sé molte delle tematiche che vengono discusse nelle agende politiche di molti paesi (soprattutto del vecchio Terzo Mondo) . Dal punto di vista ambientale due fattori importanti sono la coltivazione di frutta e verdura autoctona e la cura della flora dei vari paesi, dal punto di vista economico come affrontare la povertà di molti paesi nel mondo. Quando parliamo dell’aspetto ambientale dobbiamo vederlo in una prospettiva differente dalla nostra di uomo occidentale: nei paesi dell’Europa Occidentale e in America, le coltivazioni rispondono a bisogni economici imposti dai consumatori e sono tutte intensive. Nella storia del Vecchio Continente questo metodo ha portato alla scomparsa di intere foreste per fare posto ai campi per le coltivazioni. L’aumento della domanda di beni agricoli ha portato ad una conseguente domanda di campi da coltivare, che molte imprese hanno trovato in paesi con economie poco sviluppate. In questi contesti molti governi decidono di sacrificare il loro ambiente, foreste, savane o bacini idrici importanti dal punto di vista naturalistico in favore di un lavoro (che generalmente manca) per le popolazioni locali.

Il commercio equo e solidale entra un questo circolo molto poco virtuoso. Secondo la sua logica la coltivazione di prodotti agricoli di “massa” è da evitare a tutti i costi perché: sono esportati, danneggiano l’ambiente e rendono i terreni coltivabili in maniera limitata. Quindi la soluzione che viene proposta è quella di sfruttare nei paesi del Terzo Mondo le coltivazioni locali che possano essere coltivate in uno spazio limitato e per fare in modo che agricoltura e protezione dell’ambiente siano complementari l’una a l’altra, mantenendosi a vicenda. Qui bisogna fare una precisazione: il fatto che si preferiscano colture autoctone non impedisce che questi prodotti non siano esportati all’estero su mercati più forti economicamente.

Ma un altro aspetto sul quale agisce il commercio equo è l’aspetto lavorativo. Come accennato, sopra spesso le coltivazioni di prodotti agricoli per i grossi mercati si trovano in paesi meno sviluppati dei paesi che esportano quei prodotti. E i lavoratori agricoli sono costretti a ricevere un compenso bassissimo per il loro lavoro a causa dell’assenza di altre disponibilità. Le condizioni nelle quali lavorano sono però pessime e ai limiti dello sfruttamento. Anche in questo caso il commercio equo rappresenta una soluzione: favorendo le colture locali si vuole cercare di favorire il Know-How dei contadini in questi paesi, così da poter favorire una certa autonomia lavorativa alle singole persone. I risvolti di questo aspetto sono importanti: se un contadino riesce a coltivare con una certa “autonomia” avrà anche un guadagno diverso e potrà contare su delle entrate più alte rispetto alla coltivazione di massa.

Il mercato equo e solidale è un modello che può risolvere i problemi di molti paesi. La sua portata è stata intuita anche dai politici mondiali, che hanno iniziato a porlo come base dello sviluppo umano, un esempio sono gli Obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che hanno coadiuvato molte idee dal principio di mercato equo.

Cosimo Graziani