Quando si parla di rifiuti è automatico pensare solo a quelli che produciamo sulla Terra e che su essa rimangono. Un po’ meno automatico invece è pensare che in orbita, oltre ai satelliti, ci siano anche dei materiali considerati rifiuti alla pari di quelli terrestri, i cosiddetti detriti orbitali. Secondo la definizione fornita dalla NASA, nella categoria rientrano “tutti gli oggetti fatti dall’uomo in orbita attorno alla Terra che non servono più ad uno scopo utile”, come polveri, pezzi di razzi o satelliti e materiali persi durante le missioni spaziali. Alcuni di questi sono veri e propri utensili, fra gli oggetti più strani finiti in orbita infatti c’è un guanto, perso da Edward White durante la missione Gemini 4, una chiave inglese, uno spazzolino da denti, varie macchine fotografiche e molti altri1. La maggior parte dei detriti spaziali che si trovano attorno alla Terra però sono materiali originati da esplosioni, piuttosto che oggetti persi durante le spedizioni. Ci sono alcuni dati particolarmente necessari per capire la portata del problema dei detriti orbitali:

 

Quando hanno cominciato ad accumularsi i detriti?

Si potrebbero elencare infiniti numeri per dare una dimensione più reale a questo fenomeno che troppo spesso viene sottovalutato, ma forse uno più di tutti rende l’idea: 61.

Sono questi gli anni passati dalla prima missione spaziale, lo Sputnik 1, ed anche se non si può parlare di un vero e proprio inizio per quanto riguarda l’accumulo di detriti spaziali (il nucleo del razzo di lancio della spedizione rimase in orbita solo per due mesi ed il satellite stesso bruciò rientrando nell’atmosfera) si può sicuramente dire che i russi hanno inaugurato la corsa allo spazio che ha portato con sé l’inquinamento dell’orbita terrestre. Il quarto satellite mandato in orbita (il secondo per gli americani), per esempio, venne lanciato nel marzo del 1958, interruppe le radiotrasmissioni 6 anni dopo e si trova ancora in orbita, dove si pensa sarà per altri 200 anni. È a partire dal lancio dello Sputnik 1 che l’Air Force Americana ha iniziato a registrare in un elenco – lo “Space Object Catalog”  – tutti gli oggetti in orbita.

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(Wright, David. “The Current Space Debris Situation,” presented at the 2010 Beijing Orbital Debris Mitigation Workshop, http://swfound.org/media/99971/Wright-space-debris_situation.pdf.)

 

Quanti sono i detriti spaziali attualmente in orbita?

 

Si stima che attualmente ci siano più di 500.000 detriti orbitanti attorno alla Terra, che viaggiano fino ad una velocità di circa 28164 km/h. Ad oggi si calcolano più di 200.000 oggetti più grandi di una pallina da tennis.

 

Quando si può parlare di “rifiuto spaziale”?

Nello “Space Object Catalog” rientrano tutti gli oggetti più grandi di 10 cm, anche se sono considerati grandi tutti quei rifiuti di dimensione superiore ad 1 cm. Con l’elenco, costantemente aggiornato, la NASA è in grado di capire numericamente con cosa ha a che fare, anche e soprattutto per tutelare le missioni future.

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Qual è l’impatto reale di questi detriti?

 

La minaccia principale che questi oggetti costituiscono è nei confronti dei satelliti e delle missioni spaziali perché, a differenza di quello che si potrebbe pensare, viaggiano abbastanza veloci da poterli danneggiare. Va da sé che man mano che il numero di detriti orbitali aumenta, aumenta proporzionalmente anche la possibilità di uno scontro fra detriti oppure fra detriti e satelliti. Un possibile impatto può sembrare niente considerate le dimensioni dei rifiuti in proporzione a quelle dei satelliti, ma basta pensare che nel 1983, durante una spedizione, una scaglia di vernice delle dimensioni di 0,2 mm colpì una finestra dello space shuttle Challenger danneggiandola in modo significativo. Questo tipo di impatto è molto frequente e talvolta forza gli astronauti ad operare sostituzioni tempestive per riparare i danni. (Edward Tufte, “Envisioning Information”)

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Cosa è stato fatto e cosa si sta facendo per risolvere la situazione?

 

La prima e più importante azione intrapresa per evitare conseguenze disastrose è sicuramente lo “Space Object Catalog” dei detriti in orbita, utile per poter localizzare specialmente i più grandi. Nel 1993 invece è stata istituita la IADC (Inter-Agency Debris Coordination Committee) per riuscire a coordinare al meglio l’impegno di più di 10 agenzie spaziali, fra le quali l’ESA e l’ASI, nel combattere e gestire il problema. Come è facilmente intuibile, la proliferazione dei detriti orbitali non rappresenta una minaccia esclusivamente per lo spazio; gli oggetti più grandi infatti non sempre si disintegrano rientrando nell’atmosfera, ed anche se la maggior parte di questi finiscono in mare, c’è comunque la probabilità che cadano sulla terraferma.

A tal proposito, un gruppo di ricercatori dell’Università di Glasgow sta lavorando ad un razzo ad “impatto 0”. Il loro innovativo progetto, presentato sul Journal of Spacecraft and Rockets, consiste in un razzo più piccolo della media in grado di distruggersi durante il volo, che dall’esplosione riceverebbe anche la spinta necessaria per portarlo in orbita.

Mavi Massarin