Quando un sito archeologico viene rovinato dallo sfruttamento animale.

Petra, dal greco “πέτρα” che significa “roccia”, è un sito archeologico situato in Giordania, a sud dalla capitale Amman. In antichità Petra era uno dei più grandi punti commerciali della penisola araba perché connetteva il popolo di guerrieri e commercianti che la abitava con il resto del mediterraneo. Nel VII secolo, però, venne quasi del tutto abbandonata a causa di svariate calamità naturali. L’unica popolazione che invece rimase a Petra, riuscendo a sopravvivere rifugiandosi nelle cavità li presenti, fu quella delle famiglie beduine, un popolo di nomadi che vive soprattutto di allevamento, caccia e guerre. Essendo comunque una popolazione molto piccola ma soprattutto nomade, la città di Petra rimase intatta dal VII secolo fino a quando nel 1812 un esploratore svizzero la fece conoscere al mondo occidentale.

Petra, ormai convertitasi in un sito archeologico importantissimo che prima venne nominato dall’UNESCO “Patrimonio dell’umanità” (1985) e poi nominata, nel 2007, una delle 7 nuove meraviglie del mondo, continua ad essere abitata da gruppi di famiglie beduine, che, abbandonata l’arte della guerra, si sono dedicate al turismo.

Petra, quindi, è uno dei pochi siti archeologici parte delle 7 meraviglie del mondo che pullula di animali, per l’esattezza soprattutto di cammelli e muli (o asini) e vengono costretti ogni giorno, da moltissimi anni ormai, a vivere in una situazione di sfruttamento a livelli incredibilmente alti.

Questi poveri animali vengono forzati a portare, sotto il sole cocente della Giordania, turisti di qualsiasi peso lungo i percorsi lunghi e precari del sito che prevedono decine di chilometri e centinaia di gradini, vengono incatenati tanto da riuscire a vedere la carne dell’animale sotto alle molteplici corde con cui vengono legati e grazie alle quali l’animale si ricopre di ferite e abrasioni, vengono picchiati con fruste di ogni genere o presi a calci dai loro padroni.

Cammelli e muli inoltre, quando non costretti a “lavorare”, vengono lasciati senza cibo e con poca acqua legati sotto il sole.

Molte associazioni per i diritti degli animali si sono mobilitate per cercare di migliorare questa situazione ma purtroppo nulla ha ancora funzionato, perciò, per il momento, possiamo solo augurarci che l’idea dichiarata alla BBC dall’UNESCO, ossia di fornire il sito archeologico di “golf cart” elettriche, venga messa in atto a breve e che funzioni per poter finalmente lasciar riposare in pace i poveri animali e per poter ripulire la reputazione di un sito archeologico cosi bello, impressionante ed importante.

Sara Arpini