Il 20 dicembre 1951 ad Arco, in Idaho, venne attivata quella che gli statunitensi, all’epoca, avevano dichiarato essere la prima centrale atomica per uso civile. In tale occasione, il reattore produsse una quantità di elettricità appena sufficiente per l’accensione di una lampadina. Eppure l’evento ebbe una certa risonanza e, nel contesto dell’emergente Guerra Fredda, gli Stati Uniti ne fecero un motivo di orgoglio. Fatto sta che il primato, invece, spetta alla centrale sovietica di Obninsk, nell’Oblast di Kaluga, a un centinaio di chilometri a sud-ovest di Mosca. Nell’estate del 1954 a questo reattore nucleare di uso militare venne attribuita anche una funzione di carattere civile.

A molti anni di distanza, entrambi i reattori non sono più attivi: quello di Arco dal 1964, quello di Obninsk dal 2002. Tuttavia, il sessantasettesimo anniversario della centrale di Arco riporta alla luce una piccola disputa tra Stati Uniti ed Unione Sovietica e ricorda quanto negli anni Cinquanta l’energia nucleare fosse considerata il futuro dell’umanità. L’8 dicembre del 1953, di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il Presidente statunitense Dwight D. Eisenhower esortò alla creazione di un’organizzazione per la cooperazione nell’ambito dell’energia atomica e per la promozione di un suo uso pacifico sotto lo slogan “Atomi per la Pace”. E proprio quest’ultimo fu il nome della Conferenza di Ginevra dell’agosto del 1955, evento che dette vita al progetto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

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L’entusiasmo per la nuova fonte di energia venne ridimensionato negli anni successivi, via via che diventava evidente come, accanto ad una dimensione economica, il nucleare presentava anche una dimensione di sicurezza. Infatti, di fronte ad una Francia che si era unita al club delle potenze nucleari con il test atomico del febbraio del 1960 e ad una Cina che era sulla stessa strada, la posizione del nuovo Presidente americano John F. Kennedy era ben distante da quella di Eisenhower e la sua attenzione era rivolta alla questione della proliferazione.

Ad ogni modo, il nucleare come fonte energetica continuò a diffondersi mentre, in parallelo, fu avviato un processo che nel 1968 portò alla conclusione del Trattato di Non Proliferazione. Il numero delle centrali atomiche ad uso civile crebbe incessantemente negli anni Settanta ed Ottanta, soprattutto a causa del trauma delle crisi petrolifere di quegli anni, che spinse molti Paesi occidentali a ridurre la propria dipendenza dai combustibili fossili. Gli incidenti di Three Mile Island, in Pennsylvania, nel 1979 e Chernobyl, nell’allora Ucraina sovietica, nel 1986 frenarono la corsa al nucleare e, negli anni Novanta, anche la discesa del prezzo di petrolio e gas contribuì a questa tendenza. Il picco della produzione nucleare mondiale si ebbe nel 1996 per poi rimanere più o meno stabile.

Oggigiorno l’energia nucleare non è più così popolare. Nonostante il Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite abbia menzionato l’atomo tra le alternative volte alla riduzione delle emissioni di gas serra, sempre meno Paesi investono in questo settore. Da un lato, c’è il freno della crisi economica e finanziaria scoppiata ormai dieci anni fa. Dall’altro, c’è il recente disastro di Fukushima Dai-chi dell’11 marzo 2011.

A tanti anni di distanza dalle prime centrali nucleari ad uso civile, secondo i dati dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica sul 2017, l’11% dell’elettricità prodotta a livello mondiale viene dall’energia atomica e sono 449 le centrali che la generano. A queste centrali in futuro se ne aggiungeranno 56, attualmente in costruzione in 15 Stati.

Luca Marano

Fonti:

 

 

Mappa interattiva delle centrali nucleari nel mondo:

https://www.carbonbrief.org/mapped-the-worlds-nuclear-power-plants