Lo scorso 9 febbraio, il colonnello dell’esercito venezuelano nonché vicedirettore dell’Ospedale militare di Maracaibo, Ruben Paz Jiménez, ha ufficialmente riconosciuto Juan Guaidó come Presidente ad interim del Paese. Si tratta di un’evoluzione importante nel quadro di quella che è stata denominata “la crisi presidenziale venezuelan

Le elezioni presidenziali del 20 maggio 2018 hanno portato alla rielezione di Nicolás Maduro come Presidente del Venezuela. Il risultato di oltre il 67% di preferenze a favore del leader del Partito Socialista Unito del Venezuela aveva suscitato scalpore per via della bassa affluenza alle urne, che raggiunse appena il 46%. L’enorme calo registratosi rispetto alle elezioni precedenti tenutesi nel 2013, quando circa l’80% degli aventi diritto al voto vi avevano preso parte, è stato il risultato del boicottaggio sostenuto dalle opposizioni come protesta all’autoritarismo del Presidente uscente. Inoltre, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Zeid Ra’ad al-Hussein, aveva denunciato la mancanza delle condizioni minime di trasparenza necessarie per rendere le elezioni libere e credibili.

fdv
Nicolás Maduro

È in questo contesto che vanno inserite le proteste anti-governative portate avanti dalle opposizioni sin dalla pubblicazione dei risultati delle elezioni presidenziali, intensificatesi quando lo scorso 10 gennaio Maduro ha prestato giuramento e si è insediato per il suo secondo mandato. Durante la manifestazione del 23 gennaio, di fronte alla folla, il giovane deputato del partito Voluntad Popular, in qualità di Presidente dell’Assemblea Nazionale (il Parlamento venezuelano), ha dichiarato illegittima la presidenza di Maduro e si è autoproclamato Presidente pro tempore alla luce dell’articolo 233 della Costituzione venezuelana del 1999. Il suo obiettivo: tutelare l’ordine democratico e convocare nuove elezioni. Il testo costituzionale dispone che, in casi eccezionali, il Presidente dell’Assemblea Nazionale si incaricherà della Presidenza della Repubblica. Tuttavia, la disposizione indica cinque condizioni di impedimento permanente senza le quali non vi può essere alcuna Presidenza ad interim: la morte o rinuncia del Capo dello Stato; la sopraggiunta incapacità fisica o mentale, dichiarata dal Tribunale Supremo di Giustizia; la destituzione decretata con sentenza del Tribunale Supremo di Giustizia; l’abbandono dell’incarico dichiarato dall’Assemblea Nazionale; e la volontà popolare espressa attraverso un referendum revocatorio. L’autoproclamazione di Guaidó è avvenuta in mancanza di tali condizioni e, proprio per questo motivo, è emerso un vivace dibattito circa il valore giuridico del suo gesto, da alcuni bollato come un mero atto politico volto a legittimare un regime change.

Maduro ha reagito con forza e decisione. Oltre ad incitare il popolo venezuelano ad una contromanifestazione e ad organizzare esercitazioni militari volte a dimostrare il sostegno popolare e militare al chavismo, il Capo dello Stato ha accusato gli Stati Uniti e gli altri Paesi sostenitori di Guaidó di intromissione negli affari interni del Venezuela. A tal proposito, la chiusura del confine con la Colombia è volta ad impedire l’entrata degli aiuti umanitari di Bogotá e Washington nel Paese. Maduro li interpreta come un falso “show” voluto dall’opposizione e vi si oppone perché, senza la sua autorizzazione, il loro ingresso corrisponderebbe a un’invasione del Paese da parte di forze straniere. Emerge chiaro il tentativo da parte del Presidente venezuelano di polarizzare il discorso e riportare alla luce l’immagine dell’interventismo americano nell’America latina del secolo scorso.

fd
Juan Guaidó

Tra i Paesi a favore di Maduro: Cuba, Nicaragua, Bolivia, Russia, Turchia, Iran, Cina e Sudafrica. Tra i Paesi pro-Guaidó, invece, ci sono i vicini latinoamericani, quali Brasile, Colombia, Perù e via dicendo, già da tempo preoccupati dalle vicende interne venezuelane e dal flusso di profughi che la pessima situazione socio-economica venezuelana ha prodotto. A questi Paesi, vanno aggiunti i già citati Stati Uniti, il Canada e quasi tutti gli Stati membri dell’Unione Europea. Italia, Slovacchia, Irlanda, Romania, Grecia e Cipro hanno mantenuto una posizione più ambigua. Nel caso italiano, questo è dovuto alle divisioni interne al governo Conte. Fatto sta che l’Unione Europea, nel suo complesso e nonostante le posizioni divergenti di alcuni Stati membri, si è espressa attraverso la voce dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Federica Mogherini: si richiedono libere elezioni in conformità con l’ordine costituzionale e si appoggia la figura di Guaidó in qualità di Presidente dell’Assemblea Nazionale.

Gli scenari che potrebbero presentarsi sono, dunque, tre. Una prima possibilità, per quanto poco realistica, è che uno dei due uomini faccia un passo indietro e rinunci al suo ruolo attuale. In questo scenario il ruolo giocato dall’esercito è fondamentale, essendo quest’istituzione uno dei pilastri del chavismo. Se l’esercito dovesse arrivare a sostenere Guaidó, la posizione di Maduro si vedrebbe notevolmente indebolita. Una seconda soluzione è quella di giungere a nuove elezioni. Guaidó spinge perché il Paese si incammini per questa strada, anche perché, forte del sostegno internazionale, crede che molti sostenitori di Maduro possano cambiare la propria posizione, comprese le alte personalità dell’esercito. Infine, c’è il rischio che la situazione degeneri in uno scontro di natura violenta tra Maduro e l’opposizione. Entrambi i leader sanno che i costi di questa strada, tanto in termini di vite quanto in termini economici, sarebbero troppo elevati. Tuttavia, se l’attuale Presidente dovesse continuare ad impedire l’ingresso di aiuti umanitari, non c’è da escludere che il conflitto di infervori ancor di più. Pertanto, non resta che osservare come evolverà la situazione.

Luca Marano

Fonti:

 

Fonti immagini: